Il Sistema Pensionistico Italiano: Sostenibilità, Adeguatezza e Riforme nel Contesto Europeo

Il presente rapporto (*) presenta un’analisi esaustiva del sistema pensionistico italiano, esaminandone la struttura, l’evoluzione storica e le sfide future nel quadro dell’integrazione europea ed in una prospettiva comparata con Francia, Germania, Regno Unito e Spagna.

EUROPEISTI:

  • Il sistema italiano, imperniato su un primo pilastro pubblico a ripartizione gestito prevalentemente dall’INPS, ha intrapreso un percorso trentennale di riforme strutturali per garantirne la sostenibilità finanziaria a fronte di severe pressioni demografiche.

La transizione dal generoso metodo di calcolo retributivo a quello contributivo, culminata con la Riforma Fornero del 2011, ha agito come un potente stabilizzatore automatico dei conti pubblici, legando indissolubilmente le prestazioni future ai contributi versati e all’aspettativa di vita. Tuttavia, questa stabilizzazione è avvenuta a costo di trasferire il rischio di adeguatezza delle future pensioni interamente sugli individui.

  • Il secondo pilastro, quello della previdenza complementare a capitalizzazione, concepito per colmare questo divario, rimane significativamente sottosviluppato rispetto ai principali partners europei, esponendo le generazioni future, in particolare quelle con carriere precarie e discontinue, ad un concreto rischio di inadeguatezza del reddito in età anziana.

 

  • Come da nostra tradizione e modus operandi, si presenta un confronto internazionale che evidenzia le peculiarità del modello italiano: a fronte, infatti, di una spesa pensionistica tra le più elevate d’Europa in rapporto al PIL, l’Italia presenta tassi di sostituzione teorici ancora generosi per i pensionati attuali, ma destinati ad una marcata contrazione. Paesi come la Germania e il Regno Unito hanno optato per un primo pilastro pubblico meno oneroso, affidando un ruolo centrale alla previdenza aziendale e privata, con il Regno Unito che offre un modello di successo nell’incentivare l’adesione tramite l’iscrizione automatica. La Francia, pur con una spesa elevata, mostra una maggiore resistenza politica a riforme che erodano l’adeguatezza delle prestazioni, mentre la Spagna ha recentemente scelto di agire sul lato delle entrate, aumentando la contribuzione per garantire la sostenibilità.

 

  • Un elemento di unicità e stabilità nel panorama italiano è rappresentato dalle Casse di previdenza dei professionisti. Questi enti, di natura giuridica privata ma con funzione pubblica obbligatoria, operano con un modello a capitalizzazione o misto che ha permesso loro di accumulare un ingente patrimonio, oggi pari a circa 125 miliardi di euro. Esse non solo garantiscono la sostenibilità a lungo termine delle prestazioni per i propri iscritti, ma agiscono come investitori istituzionali strategici, con un ruolo cruciale nel finanziamento dell’economia reale del Paese.

 

  • Le sfide future per il sistema nel suo complesso sono imponenti e interconnesse: l’invecchiamento della popolazione, la frammentazione del mercato del lavoro e l’elevato debito pubblico, che limita i margini di manovra politica sotto la stretta vigilanza della governance economica europea. Per affrontare queste sfide, Noi EUROPEISTI avanziamo tre direttrici di riforma:
  1. Rafforzare il primo pilastro, stabilizzando il quadro normativo e introducendo meccanismi di equità, come una pensione di garanzia per le carriere più deboli e una flessibilità in uscita pienamente attuariale.
  2. Lanciare un piano nazionale per la previdenza complementare, basato su un meccanismo di adesione automatica (“auto-enrolment“) per i nuovi lavoratori, al fine di aumentare drasticamente i tassi di partecipazione e costruire un secondo pilastro robusto.
  3. Valorizzare il ruolo strategico delle Casse di previdenza, armonizzando le migliori pratiche di governance e creando un quadro normativo e fiscale che ne incentivi gli investimenti a lungo termine nell’economia reale, in coerenza con la loro missione fiduciaria.
  • Solo un approccio integrato, che bilanci la sostenibilità finanziaria con l’adeguatezza sociale e l’equità intergenerazionale, potrà infatti garantire la tenuta del patto sociale su cui si fonda il sistema pensionistico italiano.

 

Sezione 1: Architettura ed Evoluzione del Sistema Pensionistico Italiano

Questa sezione analizza la struttura del sistema pensionistico italiano, partendo dai suoi principi fondanti per arrivare ai meccanismi operativi e all’evoluzione storica, con l’obiettivo di fornire un quadro chiaro delle sue caratteristiche intrinseche, evidenziandone i punti di forza e le debolezze strutturali che hanno reso necessario un lungo e complesso processo di riforme.

1.1. I Tre Pilastri della Previdenza Italiana: Pubblica, Complementare e Individuale

Il sistema previdenziale italiano si articola su una struttura a tre pilastri, un modello comune a molti paesi sviluppati ma che in Italia presenta caratteristiche specifiche e un equilibrio peculiare tra le sue componenti.

Il primo pilastro è costituito dalla previdenza pubblica obbligatoria. Questa è la colonna portante del sistema, a cui la quasi totalità dei lavoratori è tenuta per legge a contribuire. Il gestore principale è l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS), un ente pubblico che, a seguito dell’incorporazione dell’INPDAP (l’ente di previdenza per i dipendenti pubblici) e dell’ENPALS (per i lavoratori dello spettacolo e dello sport) disposta dalla Riforma Fornero, gestisce le posizioni di circa il 95% dei lavoratori italiani. L’INPS eroga una vasta gamma di prestazioni, tra cui pensioni di vecchiaia, anzianità (ora pensione anticipata), invalidità, inabilità e reversibilità. Accanto all’INPS, operano le Casse di previdenza professionali, enti dedicati a specifiche categorie di liberi professionisti iscritti ad albi (come avvocati, medici, ingegneri), che costituiscono una componente fondamentale e autonoma del primo pilastro.

Il secondo pilastro è rappresentato dalla previdenza complementare, a carattere volontario. Il suo scopo è integrare la pensione pubblica, il cui importo è destinato a ridursi nel tempo in rapporto all’ultimo stipendio percepito (il cosiddetto tasso di sostituzione). Questo pilastro si articola in diverse forme:

  • Fondi pensione negoziali (o chiusi): Istituiti nell’ambito della contrattazione collettiva nazionale o aziendale, sono riservati a specifiche categorie di lavoratori.
  • Fondi pensione aperti: Creati da intermediari finanziari come banche, assicurazioni e SGR, sono aperti all’adesione sia individuale che collettiva.
  • Piani Individuali Pensionistici (PIP): Si tratta di contratti assicurativi sulla vita con finalità previdenziale, anch’essi aperti all’adesione individuale.

Infine, il terzo pilastro comprende tutte le altre forme di risparmio individuale non specificamente previdenziali, come polizze vita, fondi comuni di investimento o acquisto di immobili, che possono essere utilizzate per garantirsi un reddito aggiuntivo in età anziana. Questa componente è la meno strutturata e non beneficia degli specifici incentivi fiscali previsti per il secondo pilastro.

Nonostante la struttura tripartita, il sistema italiano è caratterizzato da una dipendenza quasi totale dal primo pilastro. Le riforme che hanno reso sostenibile la previdenza pubblica lo hanno fatto riducendo le prestazioni future attese, partendo dal presupposto che il secondo pilastro si sarebbe sviluppato per colmare il “vuoto di adeguatezza” così creato. Tuttavia, i dati mostrano una realtà differente. La partecipazione alla previdenza complementare in Italia rimane contenuta, con un tasso di adesione che si attesta al 36,2% dei lavoratori, ben al di sotto di paesi come la Germania (84%) o il Regno Unito (88%). La diffusione è inoltre disomogenea, con una partecipazione significativamente più bassa nel Mezzogiorno e tra i lavoratori più giovani e con contratti atipici. Questa debolezza del secondo pilastro non è solo una caratteristica strutturale, ma una vulnerabilità sistemica.

EUROPEISTI:          La stabilità finanziaria del sistema è stata comprata trasferendo il rischio di un reddito pensionistico inadeguato sulle spalle degli individui, senza però che lo strumento principale per la gestione di tale rischio — la previdenza complementare — sia stato sufficientemente adottato. Ciò prefigura una potenziale crisi sociale per le future generazioni di pensionati.

1.2. Modello di Finanziamento: Il Dominio del Sistema a Ripartizione e le Sue Implicazioni

La distinzione fondamentale tra il primo e il secondo pilastro risiede nel loro meccanismo di finanziamento. Il primo pilastro italiano, come nella maggior parte dei Paesi europei, opera secondo un sistema a ripartizione (noto anche come pay-as-you-go). In questo modello, i contributi versati oggi dai lavoratori attivi e dai loro datori di lavoro non vengono accantonati per pagare le loro future pensioni, ma sono immediatamente utilizzati per erogare le prestazioni ai pensionati attuali. Non vi è, quindi, un accumulo significativo di riserve finanziarie; il sistema si basa su un flusso contabile e finanziario continuo tra generazioni.

Questo meccanismo è spesso descritto come un “patto intergenerazionale“: la generazione attiva si impegna a sostenere quella in pensione, confidando che la generazione futura farà lo stesso per lei. La sostenibilità di un sistema a ripartizione dipende in modo critico da due variabili macroeconomiche e demografiche: il tasso di crescita dei salari e il rapporto tra numero di contribuenti e numero di pensionati. In un contesto di forte crescita economica e demografica, come quello del secondo dopoguerra, il sistema a ripartizione è robusto e sostenibile. Al contrario, in una situazione di stagnazione salariale e di invecchiamento della popolazione, il sistema entra in tensione.

L’Italia si trova oggi ad affrontare proprio questo scenario avverso. Il fenomeno dell’”inverno demografico“, caratterizzato da una bassissima natalità e da un costante aumento della speranza di vita, ha portato il Paese ad avere uno dei rapporti di dipendenza degli anziani più alti d’Europa. Ciò significa che un numero sempre minore di lavoratori attivi deve sostenere un numero sempre maggiore di pensionati, mettendo a dura prova l’equilibrio finanziario del sistema a ripartizione.

EUROPEISTI:          La sostenibilità del “patto intergenerazionale” non è più un dato di fatto garantito da dinamiche demografiche favorevoli, ma un obiettivo da perseguire attivamente attraverso interventi politici spesso dolorosi, come l’aumento delle aliquote contributive, la riduzione dell’importo delle prestazioni o l’innalzamento dell’età pensionabile. Le continue e talvolta traumatiche riforme del sistema pensionistico italiano sono la diretta conseguenza di questa vulnerabilità strutturale.

Al contrario, il secondo pilastro opera secondo un sistema a capitalizzazione individuale. I contributi versati da un lavoratore (e dal suo datore di lavoro, nel caso dei fondi negoziali) vengono accantonati in un conto individuale intestato all’aderente. Queste somme, unitamente al Trattamento di Fine Rapporto (TFR) eventualmente conferito, vengono investite sui mercati finanziari da gestori specializzati. L’importo della pensione complementare dipenderà dal capitale accumulato nel tempo, ovvero dalla somma dei contributi versati e dei rendimenti ottenuti dagli investimenti, al netto di costi e imposte. In questo modello, il rischio demografico è basso, poiché ogni individuo costruisce la propria pensione in modo indipendente, mentre il rischio principale è quello finanziario, legato all’andamento dei mercati.

1.3. La Transizione Epocale: Dal Calcolo Retributivo al Contributivo

Parallelamente alla sua struttura di finanziamento, il sistema italiano ha subito una trasformazione radicale nel metodo di calcolo delle prestazioni pensionistiche, passando da un modello a prestazione definita (il sistema retributivo) a un modello a contribuzione definita (il sistema contributivo). Questo cambiamento rappresenta il fulcro delle riforme degli ultimi trent’anni e ha ridefinito profondamente il rapporto tra contributi versati e pensione ricevuta.

  • Il sistema retributivo, a regime a partire dal 1969 , calcolava l’importo della pensione come una percentuale della media delle retribuzioni percepite negli ultimi anni di attività lavorativa. Tipicamente, la formula prevedeva un’aliquota di rendimento del 2% per ogni anno di contribuzione, applicata alla media degli stipendi degli ultimi 5-10 anni. Con 40 anni di contributi, si poteva raggiungere un tasso di sostituzione dell’80% dell’ultima retribuzione. Questo metodo era particolarmente vantaggioso per i lavoratori con carriere dinamiche e salari crescenti, poiché la pensione era legata ai picchi retributivi di fine carriera, e non alla media dell’intera vita lavorativa. Sebbene generoso, questo sistema si è rivelato finanziariamente insostenibile nel lungo periodo, a causa dello scollamento tra i contributi totali versati da un individuo e l’elevato valore della prestazione promessa.

 

  • Per garantire la sostenibilità dei conti pubblici, la Riforma Dini del 1995 ha introdotto il sistema contributivo. Questo metodo lega direttamente l’importo della pensione all’ammontare complessivo dei contributi versati durante l’intera vita lavorativa. Il meccanismo funziona in questo modo:
  1. Ogni anno, una quota della retribuzione del lavoratore (l’aliquota di computo, ad esempio il 33% per i dipendenti) viene accantonata virtualmente in un conto individuale, chiamato montante contributivo.
  2. Questo montante viene rivalutato annualmente in base alla crescita media del Prodotto Interno Lordo (PIL) nominale degli ultimi cinque anni.
  • Al momento del pensionamento, il montante contributivo totale accumulato viene convertito in una rendita vitalizia (la pensione annua) attraverso l’applicazione di specifici coefficienti di trasformazione.

Questi coefficienti sono calcolati con metodi attuariali e variano in base all’età del pensionamento: più si posticipa l’uscita dal lavoro, maggiore è il coefficiente e, di conseguenza, più alta sarà la pensione. Di fatto, i coefficienti tengono conto della speranza di vita media della popolazione: se l’aspettativa di vita aumenta, i coefficienti vengono rivisti al ribasso per garantire che il montante accumulato sia distribuito su un arco temporale più lungo.

EUROPEISTI:          Questa transizione ha avuto un duplice effetto. Da un lato, il sistema contributivo è un potente stabilizzatore automatico per le finanze pubbliche. Legando le prestazioni ai contributi, al PIL e alla speranza di vita, assicura l’equilibrio finanziario del sistema nel lungo periodo senza la necessità di continui interventi discrezionali del legislatore. Dall’altro lato, però, questo stesso meccanismo ha profonde implicazioni sociali. Trasferisce interamente sull’individuo il rischio legato alla longevità (vivere più a lungo significa una pensione annua più bassa a parità di montante) e, soprattutto, il rischio legato alla propria carriera lavorativa.

Nel sistema retributivo, periodi di disoccupazione, bassi salari o lavoro part-time, se concentrati all’inizio della carriera, avevano un impatto limitato sulla pensione finale. Nel sistema contributivo, ogni anno di contributi bassi o mancanti si traduce in un montante finale inferiore e, quindi, in una pensione permanentemente più bassa.

Questo rende il sistema particolarmente penalizzante per i soggetti con carriere discontinue e frammentate, come le donne (spesso soggette a interruzioni per motivi di cura) e i giovani che entrano nel mercato del lavoro con contratti precari, amplificando le disuguaglianze presenti nel mercato del lavoro e trasformandole in potenziale povertà in età anziana.

1.4. Cronistoria delle Riforme Strutturali: Un Percorso Obbligato verso la Sostenibilità

Il sistema pensionistico italiano è stato oggetto di un processo di riforma quasi continuo negli ultimi trent’anni, un percorso dettato dalla necessità di riequilibrare i conti pubblici e di adattare il sistema a un contesto demografico ed economico radicalmente mutato. Le tappe fondamentali di questo percorso sono state tre riforme strutturali.

  • La Riforma Amato (D.Lgs. 503/1992) rappresentò il primo intervento organico volto a contenere una spesa pensionistica in crescita esponenziale. In un contesto di grave crisi finanziaria, questa riforma avviò il processo di razionalizzazione introducendo diverse misure chiave:
  • Innalzamento graduale dell’età pensionabile da 60 a 65 anni per gli uomini e da 55 a 60 per le donne.
  • Estensione del periodo di riferimento per il calcolo della retribuzione pensionabile, avviando il passaggio dalla media degli ultimi 5 anni a quella dell’intera vita lavorativa.
  • Indicizzazione delle pensioni in essere non più alla dinamica dei salari, ma al solo indice dei prezzi al consumo (inflazione), una misura cruciale per il contenimento della spesa nel lungo periodo.
  • La Riforma Dini (Legge 335/1995) segnò la vera e propria svolta copernicana del sistema. Con l’obiettivo di garantire la sostenibilità di lungo periodo, introdusse il metodo di calcolo contributivo. Tuttavia, per gestire il passaggio e tutelare le aspettative dei lavoratori più anziani, la riforma fu applicata con un criterio di gradualità estrema, creando di fatto tre coorti di lavoratori soggetti a regole diverse:
  • Sistema retributivo puro: per chi al 31 dicembre 1995 aveva maturato almeno 18 anni di anzianità contributiva.
  • Sistema misto (pro-rata): per chi a quella data aveva meno di 18 anni di contributi. Per costoro, la pensione viene calcolata con il metodo retributivo per l’anzianità maturata fino al 1995 e con il metodo contributivo per quella successiva.
  • Sistema contributivo puro: per tutti i lavoratori assunti a partire dal 1° gennaio 1996.

EUROPEISTI:          Questa lunga fase di transizione, sebbene politicamente necessaria, ha istituzionalizzato una profonda iniquità intergenerazionale, con trattamenti pensionistici molto diversi a parità di carriera.

  • La Riforma Fornero (D.L. 201/2011, convertito in Legge 214/2011) fu un intervento drastico, varato in un momento di acuta crisi del debito sovrano europeo per dare un segnale di credibilità ai mercati finanziari e alle istituzioni europee. Questa riforma, contenuta nel decreto “Salva Italia”, accelerò bruscamente il processo di convergenza verso il sistema contributivo:
  • Estensione del calcolo contributivo pro-rata a tutti i lavoratori a partire dal 1° gennaio 2012, inclusi coloro che erano rimasti nel sistema retributivo puro.
  • Abolizione delle pensioni di anzianità basate sul sistema delle “quote” e introduzione della “pensione anticipata”, legata unicamente al requisito contributivo (es. 42 anni e 1 mese per gli uomini).
  • Drastico innalzamento dell’età per la pensione di vecchiaia, con un percorso accelerato di equiparazione tra uomini e donne, e l’introduzione di un meccanismo di adeguamento automatico e periodico dei requisiti anagrafici all’aumento della speranza di vita.

EUROPEISTI:          Tale susseguirsi di interventi, pur avendo messo in sicurezza i conti pubblici, ha generato una forte “stanchezza da riforma” e un ciclo di reazioni politiche. Ad ogni stretta normativa (Amato, Dini, Fornero) è seguita una fase di pressione politica per introdurre deroghe e canali di uscita anticipata, come “Quota 100” (introdotta nel 2019, permetteva l’uscita con 62 anni di età e 38 di contributi) o “Opzione Donna” (che consente alle lavoratrici di anticipare l’uscita accettando un calcolo interamente contributivo e quindi una penalizzazione sull’assegno).

Questo andamento a “stop-and-go” mina la coerenza del sistema: le riforme strutturali garantiscono la sostenibilità sulla carta, ma le successive deroghe politiche ne erodono parzialmente i risparmi, generando incertezza per cittadini e mercati e alimentando la necessità di futuri interventi correttivi.

 

Sezione 2: L’Integrazione Europea: Governance, Vincoli e Opportunità

EUROPEISTI:          Le politiche pensionistiche nazionali, pur rimanendo di competenza esclusiva degli Stati membri secondo il principio di sussidiarietà, sono state profondamente influenzate dal processo di integrazione europea. Per l’Italia, un paese con un elevato debito pubblico e una spesa per pensioni tra le più alte dell’Unione, l’interazione con le istituzioni europee è stata un fattore decisivo nell’orientare le scelte di riforma. Questa influenza si manifesta attraverso due canali principali: meccanismi di coordinamento “soft” e vincoli di bilancio “hard“.

2.1. Il Metodo Aperto di Coordinamento e i Principi Guida dell’UE: Adeguatezza, Sostenibilità, Modernizzazione

A partire dal Consiglio Europeo di Göteborg del 2001, l’Unione Europea ha adottato il Metodo Aperto di Coordinamento (MAC) per il settore delle pensioni. Si tratta di un approccio di “soft law”, ovvero una forma di cooperazione non vincolante in cui gli Stati membri concordano di orientare le proprie politiche nazionali verso obiettivi comuni, attraverso un processo ciclico di definizione di linee guida, monitoraggio, valutazione reciproca (peer review) e scambio di buone pratiche.

Gli obiettivi comuni del MAC per i sistemi pensionistici si fondano su tre pilastri concettuali, considerati interdipendenti:

  1. Sostenibilità finanziaria: garantire che i sistemi pensionistici siano finanziariamente solidi nel lungo periodo, anche a fronte dell’invecchiamento demografico, senza compromettere l’equilibrio delle finanze pubbliche.
  2. Adeguatezza delle prestazioni: assicurare che le pensioni proteggano gli anziani dal rischio di povertà e consentano loro di mantenere un tenore di vita dignitoso, in rapporto a quello goduto durante la vita lavorativa.
  3. Modernizzazione: adattare i sistemi pensionistici alle evoluzioni della società e del mercato del lavoro, promuovendo, ad esempio, la parità di genere, la copertura per i lavoratori atipici e la flessibilità delle carriere.

EUROPEISTI:          Nonostante il MAC presenti questi tre obiettivi come di pari importanza, il loro impatto effettivo sulle politiche italiane è stato marcatamente asimmetrico. Le riforme in Italia si sono concentrate in modo quasi esclusivo sull’obiettivo della sostenibilità, spesso a discapito dell’adeguatezza delle prestazioni future.

La ragione di questa asimmetria risiede nella diversa natura dei vincoli europei. L’obiettivo della sostenibilità è infatti rafforzato e reso cogente dal quadro di “hard law” della governance economica europea, che prevede targets numerici, sorveglianza e potenziali sanzioni. Al contrario, l’obiettivo dell’adeguatezza rimane una raccomandazione “soft”, priva di parametri vincolanti e di meccanismi sanzionatori. Di conseguenza, per un paese sotto costante pressione fiscale come l’Italia, il messaggio proveniente da Bruxelles è stato interpretato e recepito principalmente come un imperativo a risanare i conti pubblici, relegando le preoccupazioni sull’adeguatezza a un ruolo secondario e spesso posticipato.

2.2. L’Impatto della Governance Economica Europea sulle Politiche Previdenziali Nazionali

Il canale di influenza più potente dell’UE sulle politiche pensionistiche italiane è il quadro di governance economica, che include strumenti come il Patto di Stabilità e Crescita (PSC) ed il Semestre Europeo. Questo quadro stabilisce regole di bilancio comuni per gli Stati membri, con l’obiettivo di garantire la stabilità dell’area Euro. Per l’Italia, caratterizzata da un rapporto debito/PIL tra i più alti al mondo, queste regole hanno un impatto diretto e pervasivo.

La spesa per pensioni rappresenta la voce più cospicua del bilancio pubblico italiano, incidendo per circa il 16% del PIL, un valore significativamente superiore alla media dell’Eurozona. Di conseguenza, ogni sforzo di consolidamento fiscale richiesto dalle regole europee si traduce inevitabilmente in interventi sul sistema previdenziale. Le riforme più incisive, come quella varata dal governo Monti nel 2011, sono state esplicitamente motivate dalla necessità di rispettare gli impegni europei e di evitare una crisi del debito sovrano.

Il nuovo quadro di governance economica, entrato in vigore nell’aprile 2024, rafforza questo legame. Esso introduce i piani strutturali di bilancio a medio termine, attraverso i quali ogni Stato membro dovrà definire un percorso pluriennale di aggiustamento fiscale per garantire la sostenibilità del debito. Per i paesi con un debito superiore al 90% del PIL, come l’Italia, è prevista una salvaguardia che impone una riduzione media annua del rapporto debito/PIL di almeno un punto percentuale. L’indicatore operativo principale per la sorveglianza sarà la spesa primaria netta, che esclude la spesa per interessi e le misure una tantum.

EUROPEISTI:          In questo contesto, la politica pensionistica italiana diventa, di fatto, una variabile dipendente della disciplina di bilancio europea. Qualsiasi misura che comporti un aumento della spesa pensionistica, come l’introduzione di nuove forme di pensionamento anticipato o l’indicizzazione più generosa delle prestazioni, deve essere attentamente vagliata alla luce del suo impatto sul percorso di spesa netta concordato con la Commissione. Le riforme pensionistiche, quindi, sono sempre meno una questione di pura politica sociale interna e sempre più uno strumento per segnalare credibilità fiscale alle istituzioni europee e ai mercati finanziari.

2.3. Le Raccomandazioni Specifiche per l’Italia: Un Dialogo Costante tra Roma e Bruxelles

All’interno del Semestre Europeo, la Commissione Europea formula annualmente delle Raccomandazioni Specifiche per Paese (Country-Specific Recommendations – CSRs), che indicano le riforme economiche e di bilancio prioritarie. Per l’Italia, le raccomandazioni in materia pensionistica sono state una costante per oltre un decennio.

La Commissione ha ripetutamente esortato l’Italia a:

  • Allineare l’età pensionabile all’aumento della speranza di vita, un principio recepito dalla Riforma Fornero ma periodicamente messo in discussione nel dibattito politico.
  • Limitare l’accesso ai regimi di prepensionamento, scoraggiando le uscite anticipate che minano la sostenibilità del sistema e riducono la partecipazione al mercato del lavoro degli anziani.
  • Equiparare l’età pensionabile tra uomini e donne, obiettivo anch’esso raggiunto formalmente ma su cui persistono eccezioni come “Opzione Donna”.
  • Sostenere lo sviluppo della previdenza complementare per migliorare i redditi futuri dei pensionati.

Anche l’OCSE si è espressa in linea con queste raccomandazioni, suggerendo in particolare di riformare il sistema per ridurre la pressione derivante dalle pensioni più elevate, spesso calcolate con il generoso metodo retributivo, al fine di liberare risorse. Inoltre, sia l’UE che l’OCSE hanno costantemente sottolineato la necessità di interventi sul mercato del lavoro per aumentare i tassi di occupazione, specialmente per donne e giovani, riconoscendo che un mercato del lavoro più inclusivo è il primo presupposto per un sistema pensionistico sostenibile e adeguato.

 

Sezione 3: Analisi Comparata dei Sistemi Pensionistici Europei

Per comprendere appieno le peculiarità, i punti di forza e le criticità del sistema italiano, è indispensabile collocarlo in un contesto internazionale. Questa sezione mette a confronto l’Italia con quattro grandi economie europee – Francia, Germania, Regno Unito e Spagna – utilizzando un quadro di analisi omogeneo per evidenziare le diverse scelte di policy e i relativi risultati in termini di sostenibilità e adeguatezza.

3.1. Metodologia di Confronto: Indicatori Chiave di Adeguatezza e Sostenibilità

Il confronto si basa su un set di indicatori quantitativi e qualitativi standard, tratti principalmente dalle pubblicazioni di riferimento dell’OCSE (“Pensions at a Glance“) e della Commissione Europea (“Pension Adequacy Report“).

Gli indicatori sono raggruppati in tre aree tematiche:

  1. Sostenibilità Finanziaria: misura la capacità del sistema di onorare i propri impegni nel lungo periodo. Gli indicatori chiave sono la spesa pensionistica pubblica in rapporto al PIL e il rapporto di dipendenza degli anziani (popolazione 65+ / popolazione 20-64).
  2. Adeguatezza delle Prestazioni: valuta la capacità delle pensioni di garantire un tenore di vita dignitoso. Gli indicatori principali sono il tasso di sostituzione netto (rapporto tra la prima pensione netta e l’ultimo stipendio netto) per lavoratori con diversi livelli di reddito e il tasso di rischio di povertà o esclusione sociale per la popolazione anziana.
  3. Architettura del Sistema: descrive le caratteristiche strutturali fondamentali, come l’età legale di pensionamento, il meccanismo di finanziamento (ripartizione vs. capitalizzazione) e il ruolo relativo dei pilastri pubblico e privato.

La tabella seguente riassume le caratteristiche strutturali dei cinque sistemi pensionistici analizzati.

Caratteristica Italia Francia Germania Regno Unito Spagna
Modello Finanziamento 1° Pilastro A Ripartizione A Ripartizione A Ripartizione A Ripartizione A Ripartizione
Metodo di Calcolo 1° Pilastro Contributivo (NDC) A Prestazione Definita (legato al reddito) A Punti (legato al reddito) A Prestazione Definita (Flat-rate) A Prestazione Definita (legato al reddito)
Età Legale di Pensionamento (Standard, 2023) 67 anni 62-64 anni (in aumento) 66-67 anni (in aumento) 66 anni (in aumento) 66 anni e 4 mesi (in aumento)
Collegamento Età/Speranza di Vita No (ma riforme periodiche) No (ma riforme periodiche) Sì (revisioni periodiche) No (ma riforme periodiche)
Ruolo Previdenza Complementare Sviluppo limitato Obbligatoria (a ripartizione) Rilevante (aziendale) Molto sviluppata (auto-enrolment) Sviluppo limitato
Tasso Partecipazione Prev. Compl. 36.2% 35% (dip. priv.) 84% 88% 10.5%

 

3.2. Il Modello Francese: Elevata Spesa Pubblica e Riforme Contestate

Il sistema francese presenta diverse analogie con quello italiano, in particolare per l’elevata incidenza della spesa pensionistica sul PIL (circa 14.7%) e per il ruolo dominante del primo pilastro a ripartizione. Tuttavia, esistono differenze strutturali e politiche cruciali. Il sistema di base è integrato da regimi complementari obbligatori (come Agirc-Arrco per i dipendenti del settore privato), che funzionano anch’essi a ripartizione. Il calcolo della pensione è legato ai 25 migliori anni di reddito, garantendo tassi di sostituzione netti relativamente elevati, intorno al 74-75%.

EUROPEISTI:          La principale divergenza con l’Italia risiede nell’approccio politico alle riforme. Mentre l’Italia, sotto la pressione dei vincoli fiscali europei, ha implementato riforme radicali (come la Fornero) con un relativo grado di accettazione sociale, in Francia ogni tentativo di riforma, anche modesto, si scontra con una fortissima opposizione sociale e sindacale. La recente riforma che innalza l’età pensionabile da 62 a 64 anni ha scatenato proteste di massa, dimostrando come il sistema pensionistico sia percepito come un pilastro intoccabile del “contratto sociale” francese.

Questo confronto mette in luce una diversa economia politica della riforma: in Italia, le riforme sono state guidate da una logica di consolidamento fiscale imposta dall’esterno; in Francia, sono il risultato di una contrattazione interna in cui le istanze di adeguatezza sociale mantengono un peso politico preponderante.

3.3. Il Modello Tedesco: Sfide Demografiche e il Ruolo della Previdenza Aziendale

La Germania affronta sfide demografiche persino più acute dell’Italia, con un rapporto tra contribuenti e pensionati in rapido deterioramento. Tuttavia, ha scelto un percorso di riforma differente. Il sistema pubblico a ripartizione (GRV) è stato concepito per essere meno generoso, con un tasso di sostituzione netto destinato a stabilizzarsi su livelli più bassi, intorno al 55%. L’età pensionabile è in graduale aumento verso i 67 anni.

EUROPEISTI:          La vera differenza strutturale risiede nel ruolo del secondo pilastro. La previdenza aziendale (betriebliche Altersvorsorge – bAV) è estremamente diffusa, con un tasso di partecipazione che supera l’80%. Questo modello misto permette di contenere la spesa pubblica, trasferendo una parte significativa dell’onere (e del rischio) della garanzia di un reddito adeguato in vecchiaia sui datori di lavoro e sui singoli individui. L’elevata adesione ai piani aziendali dimostra l’efficacia di un modello basato su forti incentivi e su un sistema di relazioni industriali che promuove attivamente la previdenza complementare. Per l’Italia, il modello tedesco rappresenta un esempio di come un primo pilastro meno oneroso possa essere bilanciato da un secondo pilastro robusto, sebbene replicarne il successo richiederebbe profonde riforme del mercato del lavoro e del sistema di contrattazione.

3.4. Il Modello del Regno Unito: Un Sistema Multi-pilastro Orientato al Mercato

Il sistema pensionistico del Regno Unito si discosta nettamente dai modelli continentali. Il primo pilastro pubblico, la State Pension, non è legato ai redditi passati ma fornisce una prestazione flat-rate (a importo fisso), concepita come una rete di sicurezza di base contro la povertà. Di conseguenza, la spesa pubblica per pensioni è molto più bassa rispetto all’Italia, attestandosi intorno al 5% del PIL.

L’adeguatezza del reddito pensionistico è affidata quasi interamente al secondo e terzo pilastro, ovvero ai fondi pensione aziendali e privati, che sono estremamente sviluppati e operano a capitalizzazione. La sfida principale per il Regno Unito non era la sostenibilità della spesa pubblica, ma il basso tasso di adesione ai piani privati. La soluzione adottata è stata una delle più innovative a livello internazionale: l’introduzione dell’auto-enrolment (iscrizione automatica) nel 2012. Questa politica ha reso l’adesione a un piano pensionistico aziendale l’opzione di default per tutti i lavoratori dipendenti, che possono esercitare un diritto di recesso (opt-out) se non desiderano partecipare. L’impatto è stato straordinario: il tasso di partecipazione è balzato da circa il 40% a quasi il 90%.

EUROPEISTI:          Per il nostro Paese, che lotta con un secondo pilastro stagnante, l’esperienza britannica offre una lezione fondamentale sull’efficacia degli interventi di “economia comportamentale” per superare l’inerzia dei risparmiatori e promuovere la previdenza complementare su larga scala.

3.5. Il Modello Spagnolo: Recenti Riforme per un Nuovo Equilibrio

Il sistema spagnolo è, per molti versi, il più simile a quello italiano. È un sistema pubblico a ripartizione, con un calcolo delle prestazioni legato alla storia retributiva (media degli ultimi 25 anni) che garantisce tassi di sostituzione netti elevati, spesso superiori all’80%, paragonabili a quelli italiani. Anche la Spagna sta affrontando un progressivo innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni entro il 2027 e, come l’Italia, ha un secondo pilastro poco sviluppato.

La differenza più interessante emerge dalle riforme recenti. Mentre l’Italia ha storicamente affrontato il problema della sostenibilità agendo quasi esclusivamente sulla riduzione della spesa (cambiando il metodo di calcolo e innalzando l’età di uscita), la Spagna, con la riforma del 2023, ha scelto di intervenire in modo significativo anche sul lato delle entrate. La riforma ha introdotto un “contributo di solidarietà” a carico delle retribuzioni più elevate, che superano il massimale contributivo, e ha istituito un “Meccanismo di Equità Intergenerazionale”, un piccolo prelievo aggiuntivo sui contributi di tutti i lavoratori destinato ad alimentare un fondo di riserva per far fronte alle future pressioni demografiche.

EUROPEISTI:          Questo approccio dimostra che esistono alternative alla sola riduzione delle prestazioni: la sostenibilità può essere perseguita anche attraverso un aumento mirato e redistributivo della contribuzione, una via che in Italia è stata esplorata solo marginalmente.

3.6. Analisi di Sintesi: Posizionamento e Peculiarità del Sistema Italiano

EUROPEISTI:          Dall’analisi comparata emerge un quadro complesso in cui l’Italia occupa una posizione peculiare. Condivide con Francia e Spagna l’eredità di un sistema a ripartizione generoso, che si traduce in una spesa pubblica elevata e in tassi di sostituzione ancora alti per gli attuali pensionati. Tuttavia, si distingue per la radicalità della soluzione adottata per garantirne la sostenibilità: il passaggio quasi totale al metodo contributivo. Questa scelta, sebbene efficace dal punto di vista fiscale, la espone più di altri a un futuro rischio di inadeguatezza, aggravato dalla debolezza del suo secondo pilastro.

Rispetto ai modelli nord-europei come Germania e Regno Unito, l’Italia sconta una minore diversificazione delle fonti di reddito in età anziana, con un’eccessiva dipendenza dal sistema pubblico. Il confronto evidenzia che non esiste un unico modello ottimale, ma un trade-off tra diverse priorità: spesa pubblica, adeguatezza, equità e responsabilità individuale. La sfida per l’Italia è trovare un nuovo equilibrio, imparando dalle esperienze altrui per correggere le proprie debolezze strutturali.

La tabella seguente riassume i principali indicatori di performance, illustrando quantitativamente il posizionamento dell’Italia.

Indicatore Italia Francia Germania Regno Unito Spagna
Spesa Pensionistica Pubblica (% PIL, 2023) 16.2% 14.7% ~12.5% ~5.0% ~13.0%
Rapporto Dipendenza Anziani (65+/20-64, 2023) 41.0% ~36.0% ~37.0% ~32.0% ~33.0%
Tasso Sostituzione Netto (Reddito medio, 2023) 82.6% 71.9% 55.3% 54.4% 86.5%
Tasso Rischio Povertà (65+, 2022) 19.5% 19.4% 16.8% N/A 20.2%

 

Fonte: Elaborazione su dati OCSE, Eurostat, Commissione Europea. I dati possono variare leggermente a seconda della fonte e della metodologia. Il dato del Regno Unito sul rischio di povertà non è direttamente comparabile post-Brexit nelle fonti UE.

Sezione 4: Approfondimento sulle Casse di Previdenza dei Professionisti

All’interno del primo pilastro del sistema pensionistico italiano, le Casse di previdenza dei liberi professionisti rappresentano un unicum per natura giuridica, modello di funzionamento e solidità finanziaria. Questa sezione analizza in dettaglio il loro ruolo, la governance, le strategie di investimento e le sfide che le attendono, evidenziandone l’importanza strategica per il sistema Paese.

4.1. Natura Giuridica e Governance: Funzione Pubblica in Forma Privata

Le Casse di previdenza e assistenza per i liberi professionisti sono state oggetto di un profondo processo di riforma con i decreti legislativi 509/1994 e 103/1996. Questi provvedimenti hanno trasformato gli allora enti pubblici in soggetti di diritto privato, tipicamente associazioni o fondazioni. Nonostante questa “privatizzazione” della forma giuridica, le Casse hanno mantenuto inalterata la loro funzione pubblica essenziale: la gestione della previdenza obbligatoria per le rispettive categorie professionali.

Questa natura ibrida è un elemento distintivo. Le Casse operano con autonomia gestionale, organizzativa, contabile e statutaria, tipica di un soggetto privato. Tuttavia, sono caratterizzate da elementi pubblicistici fondamentali:

  • Obbligatorietà dell’iscrizione e della contribuzione: tutti i professionisti iscritti a un Albo per il quale esiste una Cassa di riferimento sono obbligati per legge a iscriversi e a versare i contributi.
  • Vigilanza ministeriale: le Casse sono sottoposte alla vigilanza del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che devono approvare le modifiche statutarie e regolamentari più significative.
  • Controllo della Corte dei conti: la gestione finanziaria delle Casse è soggetta al controllo della Corte dei Conti.
  • Vigilanza della COVIP: per quanto riguarda gli investimenti finanziari e la composizione del patrimonio, le Casse sono soggette alla vigilanza della Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione (COVIP).

EUROPEISTI:           Questo modello di governance si è dimostrato particolarmente efficace. L’autonomia ha permesso alle Casse di adattare i propri regimi previdenziali alle specifiche dinamiche demografiche e reddituali delle categorie rappresentate, spesso anticipando le riforme del sistema pubblico generale. Molte Casse, infatti, hanno introdotto il metodo di calcolo contributivo o sistemi misti ben prima che diventasse la norma per l’INPS, garantendo così la propria sostenibilità finanziaria a lungo termine.

Questo sistema si fonda su un principio di “solidarietà endo-categoriale”, in cui la responsabilità della sostenibilità previdenziale è gestita direttamente dalla comunità professionale di riferimento.

4.2. Solidità Finanziaria e Strategie di Investimento: Analisi del Patrimonio e Sostenibilità a Lungo Termine

A differenza del sistema INPS, che opera a ripartizione, le Casse funzionano con un sistema a capitalizzazione o misto. Ciò significa che esse accumulano e investono i contributi versati, costruendo un ingente patrimonio a garanzia delle prestazioni future. Questo patrimonio rappresenta una delle maggiori masse di capitale gestite da investitori istituzionali in Italia.

Alla fine del 2024, il patrimonio complessivo gestito dalle Casse professionali ha raggiunto i 124,7 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 114,1 miliardi del 2023. L’analisi dei bilanci di alcune delle principali Casse conferma questa solidità:

  • Cassa Forense (Avvocati): ha chiuso il 2023 con un patrimonio netto di 17,6 miliardi di euro e un avanzo economico di 1,4 miliardi.
  • Inarcassa (Ingegneri e Architetti): ha chiuso il 2023 con un patrimonio netto di 14,2 miliardi di euro in un quadro di sostanziale sostenibilità a lungo termine, con un orizzonte di 50 anni.
  • Cassa Dottori Commercialisti (CNPADC): ha chiuso il 2023 con riserve patrimoniali superiori a 11,4 miliardi di euro e un avanzo corrente di 894 milioni.
  • ENPAM (Medici e Odontoiatri): gestisce un patrimonio che a fine 2023 ha superato i 25,8 miliardi di euro.

Le strategie di investimento delle Casse hanno subito una profonda evoluzione. Storicamente concentrate su asset tradizionali come i titoli di Stato italiani e gli immobili a gestione diretta, negli ultimi anni hanno intrapreso un percorso di forte diversificazione per ottimizzare il profilo rischio/rendimento. Le tendenze principali sono:

  • Riduzione dell’immobiliare diretto: la quota di immobili posseduti direttamente è scesa drasticamente, a favore di investimenti in fondi immobiliari, più liquidi e gestiti professionalmente.
  • Aumento della gestione delegata: è cresciuto il ricorso ad Organismi di Investimento Collettivo del Risparmio (OICR), sia obbligazionari che azionari, per accedere a mercati e competenze globali.
  • Diversificazione geografica e valutaria: si è ridotta la concentrazione sul mercato domestico a favore di un’allocazione globale.
  • Apertura agli investimenti alternativi: vi è un crescente interesse per asset classes come private equity, private debt, infrastrutture ed energie rinnovabili, alla ricerca di rendimenti de-correlati dai mercati tradizionali.

La tabella seguente illustra l’allocazione aggregata degli attivi delle Casse, evidenziando questa evoluzione.

Asset Class Incidenza sul Totale Attivo (Fine 2024)
Titoli di Debito (inclusi OICVM sottostanti) 38.1%
Titoli di Capitale (inclusi OICVM sottostanti) 19.5%
Investimenti Immobiliari (diretti e indiretti) 15.8%
Altri OICR (es. alternativi) N/A (incluso in altre voci)
Liquidità e Altre Attività 26.6%

Fonte: Elaborazione su dati COVIP, Relazione 2025.

EUROPEISTI:          tale gestione patrimoniale prudente e diversificata ha permesso alle Casse di superare fasi di turbolenza dei mercati, garantendo rendimenti adeguati a preservare il valore reale del patrimonio e la sostenibilità a lungo termine delle prestazioni promesse.

4.3. Il Ruolo nell’Economia Reale e le Sfide Future per gli Enti di Categoria

Grazie all’enorme massa di capitale gestita e da un orizzonte di investimento intrinsecamente di lungo periodo, le Casse di previdenza sono investitori istituzionali ideali per sostenere l’economia reale del Paese. A fine 2024, gli investimenti delle Casse nell’economia italiana ammontavano a 46,5 miliardi di euro, pari al 37,3% del loro attivo totale. Questi investimenti includono titoli di Stato, azioni e obbligazioni di società italiane, ed una significativa componente immobiliare.

Esiste una forte spinta, sia a livello politico che da parte delle associazioni di categoria (come FeBAF), affinché le Casse aumentino ulteriormente il loro contributo, canalizzando maggiori risorse verso il capitale di rischio delle piccole e medie imprese, il venture capital e i progetti infrastrutturali strategici. Le Casse stanno rispondendo a questa chiamata, anche attraverso l’adozione crescente di criteri di investimento “ESG” (Environmental, Social, Governance), che permettono di coniugare la ricerca di rendimento finanziario con obiettivi di sviluppo sostenibile.

EUROPEISTI:          questo ruolo strategico pone le Casse di fronte a un dilemma complesso. La loro missione primaria e il loro dovere fiduciario sono nei confronti dei propri iscritti: garantire pensioni adeguate e sostenibili. Investire in assets illiquidi e a più alto rischio, come il capitale di rischio per le Start-up, per sostenere l’economia nazionale, deve essere attentamente bilanciato con l’esigenza di prudenza e di protezione del patrimonio. La sfida per la governance delle Casse è quindi quella di agire come “capitale paziente” per il Paese senza compromettere la sicurezza previdenziale dei propri professionisti.

Altre sfide future includono la gestione delle dinamiche demografiche interne a ciascuna professione. Alcune Casse, come quella Forense, stanno registrando un calo degli iscritti, che nel lungo periodo potrebbe mettere sotto pressione il rapporto tra attivi e pensionati. Altre, invece, affrontano un progressivo invecchiamento della platea. La capacità di adattare continuamente i propri modelli attuariali e le proprie politiche di welfare a queste tendenze sarà cruciale per mantenere il successo di questo modello unico nel panorama previdenziale europeo.

Sezione 5: le nostre Proposte di Riforma per un Sistema Equo e Sostenibile

EUROPEISTI:          L’analisi condotta nelle sezioni precedenti ha messo in luce un sistema pensionistico italiano che, pur avendo raggiunto una sostanziale sostenibilità finanziaria, si trova ad affrontare sfide epocali che ne minacciano l’adeguatezza e l’equità future. Le proposte di riforma che seguono non mirano a un’ennesima revisione strutturale, ma ad intervenire in modo mirato sui punti di debolezza identificati, per costruire un sistema più resiliente, inclusivo e capace di rispondere alle esigenze di una società in profonda trasformazione.

5.1. Le Sfide Sistemiche: Demografia, Precarietà del Lavoro e Debito Pubblico

Prima di delineare le proposte, Noi EUROPEISTI riteniamo necessario sintetizzare le tre sfide macroscopiche e interconnesse che definiscono il contesto operativo di qualsiasi riforma.

  1. La Sfida Demografica: l’Italia è uno dei paesi con il più rapido invecchiamento della popolazione al mondo. La combinazione di una bassa fecondità e di una crescente longevità sta erodendo la base dei contribuenti attivi rispetto a una platea di pensionati in costante aumento. Questa dinamica esercita una pressione strutturale e inarrestabile sul sistema a ripartizione, rendendo inevitabile un continuo adeguamento al rialzo dell’età pensionabile o una riduzione del livello relativo delle prestazioni per mantenerne l’equilibrio.
  2. La Sfida del Mercato del Lavoro: la crescente diffusione di forme di lavoro atipico, la discontinuità delle carriere e la stagnazione salariale hanno un impatto diretto e deleterio sul sistema pensionistico contributivo. Poiché la pensione futura è lo specchio della storia contributiva individuale, carriere frammentate e bassi redditi si traducono inevitabilmente in pensioni povere. Senza meccanismi correttivi, il sistema rischia di generare una nuova ondata di povertà tra gli anziani di domani, trasformando le disuguaglianze del mercato del lavoro in disuguaglianze previdenziali.
  3. Il Vincolo del Debito Pubblico: l’elevatissimo debito pubblico italiano, unito alle regole della governance economica europea, restringe drasticamente i margini di manovra per politiche pensionistiche espansive. Ogni intervento deve essere valutato in termini di impatto sui saldi di finanza pubblica, costringendo i decisori politici a privilegiare la sostenibilità di breve e medio termine, talvolta a scapito di investimenti a lungo termine sull’adeguatezza e l’equità del sistema.

5.2. Proposta 1: Rafforzare l’Equità e la Flessibilità del Primo Pilastro

L’obiettivo di questa proposta è rendere il primo pilastro più equo e adattabile alle diverse esigenze individuali, senza comprometterne la sostenibilità.

  • Stabilizzare il quadro normativo: è fondamentale porre fine al ciclo di riforme strutturali seguite da deroghe estemporanee (“Quota 100”, “Quota 102”, ecc.). La credibilità e la prevedibilità del sistema sono un valore in sé. Le regole attuali, basate sul metodo contributivo e sull’adeguamento all’aspettativa di vita, devono essere considerate il quadro di riferimento stabile.
  • Introdurre una “pensione di garanzia”: all’interno del sistema contributivo, è necessario inserire un elemento di solidarietà per proteggere gli individui con carriere estremamente deboli e discontinue. Noi EUROPEISTI proponiamo l’introduzione di una pensione di base o un’integrazione al montante contributivo -finanziata dalla fiscalità generale e non dai contributi- per coloro che, pur avendo una storia lavorativa significativa, non raggiungono un importo pensionistico minimo sufficiente a evitare la povertà. Questo meccanismo correggerebbe l’eccessiva rigidità del calcolo contributivo puro per i più vulnerabili.
  • Istituzionalizzare una flessibilità in uscita attuarialmente neutra: superare la logica delle “quote” e delle finestre di uscita eccezionali, introducendo un meccanismo di flessibilità permanente. Si potrebbe definire una finestra di età (ad esempio, tra 64 e 71 anni) all’interno della quale il lavoratore può scegliere quando andare in pensione, con un ricalcolo dell’assegno basato su coefficienti di trasformazione pienamente attuariali. Chi esce prima riceve una pensione permanentemente più bassa, chi posticipa riceve una pensione più alta. Tale sistema offrirebbe libertà di scelta individuale senza generare costi aggiuntivi per la collettività.

5.3. Proposta 2: Lanciare un Piano Nazionale per la Previdenza Complementare

Il sottosviluppo del secondo pilastro è la principale minaccia all’adeguatezza delle pensioni future. È necessario un intervento deciso per invertire questa tendenza.

  • Implementare un sistema di “auto-enrolment: ispirandosi al successo del modello britannico, Noi EUROPEISTI proponiamo di introdurre un meccanismo di adesione automatica alla previdenza complementare per tutti i nuovi assunti nel settore privato. All’atto dell’assunzione, il lavoratore verrebbe automaticamente iscritto al fondo pensione negoziale di riferimento del proprio settore, con il conferimento automatico del TFR maturando. Rimarrà salva la facoltà del lavoratore di recedere esplicitamente (opt-out) da tale scelta. Questa inversione dell’onere della scelta sfrutterebbe l’inerzia a favore del risparmio previdenziale, aumentando drasticamente i tassi di partecipazione.
  • Semplificare e razionalizzare l’offerta: l’attuale panorama della previdenza complementare è frammentato e complesso. È necessario promuovere processi di aggregazione tra i fondi più piccoli per raggiungere economie di scala, ridurre i costi di gestione e migliorare le performance. Parallelamente, va rafforzata la trasparenza dei costi e dei rendimenti per permettere agli aderenti scelte più consapevoli.
  • Promuovere l’educazione finanziaria: un piano nazionale di adesione deve essere accompagnato da una vasta campagna di educazione finanziaria e previdenziale. I cittadini devono comprendere perché, in un sistema contributivo, il risparmio integrativo non è un’opzione ma una necessità per garantirsi un tenore di vita adeguato in età anziana. L’introduzione dei “Prodotti Pensionistici Individuali Paneuropei” (PEPP) dovrebbe essere integrata in questa strategia per favorire la portabilità e la concorrenza a livello europeo.

5.4. Proposta 3: Armonizzare e Valorizzare il Ruolo delle Casse di Previdenza

Le Casse dei professionisti sono un asset strategico per il Paese, la cui efficacia può essere ulteriormente potenziata. Al riguardo, Noi EUROPEISTI proponiamo questa strategia:

  • Creare un quadro stabile per gli investimenti nell’economia reale: riconoscendo il ruolo delle Casse come investitori di lungo periodo, è necessario creare un ambiente normativo e fiscale stabile che ne incentivi gli investimenti in asset strategici per la crescita del Paese (infrastrutture, transizione energetica, capitale di rischio, tecnologia). Si potrebbe valutare la creazione di veicoli di co-investimento con enti pubblici come Cassa Depositi e Prestiti, che permettano di condividere rischi e competenze.
  • Promuovere la convergenza verso le “migliori pratiche”: pur nel rispetto dell’autonomia di ciascun ente, è opportuno incentivare l’adozione di standard comuni e di migliori pratiche in materia di governance, gestione del rischio, trasparenza e integrazione dei criteri ESG. L’AdEPP (Associazione degli Enti Previdenziali Privati), in collaborazione con la COVIP, potrebbe svolgere un ruolo di coordinamento e di promozione di tali standard.
  • Rafforzare il welfare di categoria: le Casse già svolgono un ruolo importante nell’erogazione di prestazioni di welfare integrativo per i propri iscritti. Questo ruolo va ulteriormente sostenuto ed ampliato, in particolare per offrire tutele in caso di malattia, infortunio, e per sostenere la genitorialità e la formazione continua, rispondendo così alle sfide di un mondo professionale in rapida evoluzione.

 

(*) A cura del Dipartimento Lavoro e dell’Ufficio Studi del partito EUROPEISTI.