Pianificazione Economica

La IV sessione plenaria del XX Comitato centrale del partito comunista cinese (20-23/10/2025), decide la pianificazione per il 15° Piano Quinquennale (2026 – 2030) e le riforme strutturali dell’economia

Noi EUROPEISTI riteniamo utile questa occasione per approfondire il macrotema politico-economico della pianificazione con un evento specifico e la presentazione del seguente Rapporto introduttivo.

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La Pianificazione Economica

meriti ed eredità storica in un’analisi comparata tra Cina, Europa ed Italia

EUROPEISTI:          La pianificazione economica, intesa come direzione centralizzata delle risorse di una nazione verso obiettivi predeterminati, rappresenta un capitolo fondamentale e controverso della storia economica del XX e XXI secolo. Se da un lato ha dimostrato la sua efficacia in specifici contesti storici, accelerando processi di industrializzazione e mobilitando risorse su vasta scala, dall’altro ha spesso comportato costi sociali elevati e rigidità strutturali.

La nostra analisi dei suoi meriti storici include un esame approfondito del modello di programmazione pluriennale adottato dalla Repubblica Popolare Cinese, mettendolo a confronto con la più frammentaria programmazione dell’Unione Europea e con la peculiare esperienza storica dell’Italia.

  1. I meriti storici della Pianificazione Economica

Storicamente, l’economia pianificata ha offerto vantaggi significativi in determinate fasi dello sviluppo di una nazione. I principali meriti, avanzati sia in teoria che osservati in pratica, includono:

  • Rapida Industrializzazione: la capacità di concentrare capitale, lavoro e risorse naturali in settori strategici ha permesso a economie prevalentemente agrarie di costruire rapidamente una solida base industriale. L’Unione Sovietica degli anni ’30 è l’esempio classico.
  • Stabilità Economica e Piena Occupazione: attraverso un’allocazione centralizzata del lavoro, le economie pianificate potevano, in linea di principio, evitare i cicli economici di espansione e recessione e garantire bassi tassi di disoccupazione.
  • Realizzazione di Grandi Progetti Infrastrutturali: la visione d’insieme dello Stato ha permesso la realizzazione di imponenti opere pubbliche, come dighe, reti ferroviarie e complessi industriali.
  • Riduzione delle Disuguaglianze: la pianificazione centrale offriva la possibilità di distribuire il reddito nazionale in modo più equo, mitigando le disparità estreme.

Tuttavia, questi meriti sono stati spesso accompagnati da svantaggi notevoli, quali la mancanza di innovazione, la difficoltà di adattarsi ai cambiamenti e, in alcuni casi, gravi crisi umanitarie dovute a una pianificazione errata, come la carestia derivata dal “Grande Balzo in Avanti” in Cina.

  1. Il ruolo del partito comunista cinese nella Programmazione pluriennale

​La Cina rappresenta un caso di studio unico. A partire dal 1953, il Partito Comunista Cinese (PCC) ha implementato i Piani Quinquennali, documenti programmatici che definiscono gli obiettivi di crescita del paese.
​I primi piani seguivano rigorosamente il modello sovietico. Il successo del primo piano in termini di produzione industriale fu notevole, con un aumento della produzione di carbone del 98% e un tasso di crescita annuo medio del 16%. Tuttavia, i piani successivi ebbero esiti catastrofici.
​Con le riforme di Deng Xiaoping dal 1978, la natura dei Piani Quinquennali è mutata radicalmente, introducendo elementi di mercato nel “socialismo con caratteristiche cinesi”. I piani sono diventati meno prescrittivi e più indicativi, fungendo da “roadmap” per guidare lo sviluppo.

 

EUROPEISTI:          Il successo di questo approccio ibrido è innegabile, portando a una crescita sostenuta, allo sviluppo di infrastrutture all’avanguardia, all’eradicazione della povertà estrema e a una leadership in settori tecnologici chiave. Il PCC mantiene un ruolo centrale, garantendo una continuità strategica che attraversa i cicli politici.

 

  1. La scarsità di Programmazione nell’Unione Europea: un modello diverso

​In netto contrasto, l’Unione Europea si caratterizza per una “scarsità” di programmazione economica centralizzata. L’equivalente più vicino è il Quadro Finanziario Pluriennale (QFP), un piano di spesa a lungo termine, solitamente di sette anni.

Tuttavia, il QFP è fondamentalmente diverso dai Piani cinesi:

  • Natura Finanziaria, non Produttiva: è un bilancio che alloca risorse, non un piano che fissa obiettivi di produzione.
  • Processo decisionale complesso: richiede l’unanimità tra i 27 Stati membri, rendendo il processo lungo e soggetto a negoziati.
  • Focus su Coesione e Regolamentazione: gran parte dei fondi sono destinati a promuovere la coesione e a finanziare politiche comuni. L’UE opera principalmente attraverso la regolamentazione.

EUROPEISTI:          Questa “scarsità” di programmazione è una conseguenza della natura stessa dell’UE, che deve bilanciare integrazione e sovranità nazionale. La mancanza di una politica fiscale coesa rende difficile implementare una strategia industriale unitaria a lungo termine.

  1. Lo storico e l’attualità della Pianificazione Economica in Italia

​L’Italia ha una storia complessa e altalenante con la programmazione economica, un percorso segnato da grandi ambizioni, successi parziali e un progressivo allontanamento dal modello dello Stato imprenditore.

  • Il Dopoguerra e l’Economia Mista: l’era dell’IRI

Nel secondo dopoguerra, l’Italia adottò un modello di economia mista, dove l’iniziativa privata coesisteva con un massiccio intervento pubblico. Il protagonista indiscusso di questa stagione fu l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI). Creato nel 1933 durante il fascismo per salvare le banche e le industrie dal fallimento, nel dopoguerra l’IRI divenne il braccio operativo della politica industriale dello Stato.
​Sotto la sua egida, nacquero o si svilupparono colossi in settori strategici:

  • Siderurgia (Italsider): La costruzione del polo siderurgico di Taranto fu un esempio emblematico di pianificazione volta a industrializzare il Mezzogiorno.
  • Infrastrutture: La Società Autostrade costruì la spina dorsale della rete autostradale italiana.
  • Telecomunicazioni (STET): Portò alla modernizzazione e alla diffusione della rete telefonica.
  • Trasporti (Alitalia, Finmeccanica): Lo Stato era presente nei cieli e nell’industria della difesa.

EUROPEISTI:          Questo sistema, insieme ad altri enti come l’ENI e alla Cassa per il Mezzogiorno (istituita nel 1950 per finanziare le infrastrutture al Sud), fu un motore fondamentale del “miracolo economico” degli anni ’50 e ’60. Lo Stato non si limitava a regolare, ma agiva da imprenditore, pianificando investimenti a lungo termine e perseguendo obiettivi di sviluppo territoriale e occupazionale.

  • Il tentativo della “Programmazione Democratica”

All’apice del boom, con l’avvento dei governi di centro-sinistra, si tentò di dare un quadro più organico e democratico a questo interventismo. Il documento simbolo di questa fase fu la “Nota aggiuntiva” del 1962, presentata dall’allora Ministro del Bilancio Ugo La Malfa. La Nota riconosceva i successi della crescita, ma ne evidenziava gli squilibri (tra Nord e Sud, tra settori produttivi, nella distribuzione del reddito) e proponeva la programmazione economica come strumento per guidare uno sviluppo più equilibrato e stabile, non più lasciato solo all’automatismo del mercato. Questo portò alla creazione, nel 1967, del Comitato interministeriale per la programmazione economica (CIPE), l’organo che doveva dare attuazione a questa visione.

  • Il Declino e le Privatizzazioni

​Tuttavia, l’esperimento della programmazione in Italia ebbe vita breve e risultati controversi. Le crisi petrolifere degli anni ’70, l’aumento del debito pubblico e la crescente inefficienza e lottizzazione politica delle imprese statali portarono a un ripensamento radicale. A partire dagli anni ’80 e con un’accelerazione decisiva negli anni ’90, l’Italia intraprese un lungo processo di privatizzazioni, smantellando gran parte dell’impero IRI. Il modello dello Stato imprenditore fu abbandonato in favore di una maggiore fiducia nel mercato.

  • L’attualità: il PNRR come ritorno alla Programmazione?

Dopo decenni di “declino” della pianificazione, la risposta alla crisi pandemica ha segnato un’inversione di tendenza. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) rappresenta la più importante e organica forma di programmazione economica in Italia degli ultimi decenni.
​Articolato in sei “missioni” (digitalizzazione, rivoluzione verde, infrastrutture, istruzione, inclusione, salute), il PNRR riprende, in una chiave moderna, alcuni elementi della programmazione del passato, quali:

  • una visione strategica per modernizzare il Paese;
  • l’uso di risorse pubbliche per guidare la transizione ecologica e digitale;
  • l’attenzione al riequilibrio territoriale, con una quota significativa di fondi destinata al Mezzogiorno.

EUROPEISTI:          Finanziato con ingenti risorse europee, il PNRR non è un semplice piano di spesa, ma un programma strategico di investimenti e riforme con obiettivi precisi e scadenze definite

Il PNRR può quindi essere visto come un ritorno ad una forma di programmazione strategica, opportunamente inserita in un contesto europeo e con meccanismi di controllo e condizionalità molto diversi dall’interventismo statale del dopoguerra.

Riteniamo che la sua efficace attuazione non rappresenti solo una sfida cruciale per il futuro dell’economia italiana, ma anche un auspicabile ripresa del criterio di programmazione economica che i grandi blocchi (USA, Cina ed UE) non possono non perseguire nelle lungimiranti strategie di sviluppo socio-economico.