l’Italia tra Integrazione europea,
deficit di produttività, shock esterni e nuove sfide (*)
I. Panoramica Macroeconomica attuale (2024-2025)
L’economia italiana si trova in una fase di moderata crescita, con dinamiche che riflettono sia fattori interni che il più ampio contesto europeo e globale. Le proiezioni per il biennio 2024-2025 indicano un percorso di stabilizzazione, sebbene con alcune vulnerabilità che meritano attenzione.
1.1. Proiezioni di Crescita del PIL
Le più recenti previsioni ISTAT indicano una crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) reale per l’Italia pari allo 0,5% nel 2024 e allo 0,8% nel 2025. Nel 2024, il sostegno alla crescita deriva quasi esclusivamente dal contributo della domanda estera netta, che aggiunge 0,7 punti percentuali al PIL. Questo apporto positivo è tuttavia trainato principalmente da una contrazione delle importazioni (-2,1%), a fronte di una stagnazione delle esportazioni (-0,1%). La domanda interna, pur beneficiando di una tenuta dei consumi, fornisce un contributo negativo di 0,2 punti percentuali.
Per il 2025, si prevede un recupero della domanda interna, con i consumi che dovrebbero beneficiare di una ulteriore crescita dell’occupazione e del sostegno ai redditi reali da lavoro. Le esportazioni sono attese in ripresa (+2,5%), accompagnate da un andamento positivo delle importazioni (+2,7%). Tuttavia, la Commissione Europea ha leggermente rivisto al ribasso le stime di crescita per l’Eurozona (+0,9%) e per l’Italia (+0,7%) per il 2025. Analogamente, la Banca d’Italia proietta una crescita del PIL dello 0,6% nel 2024 e dello 0,8% nel 2025, con recenti revisioni al ribasso dovute a ipotesi meno favorevoli sul contesto internazionale e all’inasprimento delle politiche commerciali globali. Anche il Documento di Finanza Pubblica (DFP) 2025 del Governo italiano stima una crescita del PIL reale dello 0,6% nel 2025, un dato inferiore rispetto allo scenario programmatico precedente.
EUROPEISTI: L’attuale modello di crescita italiano, trainato prevalentemente dalla domanda estera netta grazie alla contrazione delle importazioni, evidenzia una base fragile e una notevole vulnerabilità agli shock esterni.
Le ripetute revisioni al ribasso delle previsioni da parte di istituzioni come la Commissione Europea e la Banca d’Italia, che citano il contesto internazionale sfavorevole e l’inasprimento delle politiche commerciali, sottolineano come le prospettive di crescita dell’Italia siano strettamente legate alle dinamiche del commercio globale e alle incertezze geopolitiche. Se le tensioni commerciali dovessero intensificarsi o i principali partner commerciali subissero un rallentamento significativo, la moderata crescita italiana potrebbe essere seriamente compromessa, indipendentemente dagli sforzi di politica interna.
Questa situazione suggerisce che, mentre la domanda esterna è attualmente un fattore positivo, essa rappresenta anche una fonte di rischio considerevole. È pertanto essenziale che l’Italia lavori attivamente per diversificare i motori della sua crescita, rafforzando la domanda interna e migliorando la competitività dei suoi settori di esportazione, al fine di costruire una crescita economica più resiliente e sostenibile. L’attuale dipendenza dalla contrazione delle importazioni per il contributo positivo della domanda estera netta indica la necessità di riforme strutturali più profonde per stimolare il dinamismo delle esportazioni.
1.2. Mercato del Lavoro
Il mercato del lavoro italiano prosegue la sua fase espansiva. Nel terzo trimestre del 2024, si è registrato un incremento congiunturale delle ore lavorate e delle unità di lavoro (ULA) rispettivamente del +0,2% e +0,3%, con il settore dei servizi che ha fornito il contributo principale (+0,5%). Un aspetto degno di nota è che la crescita delle ULA (+1,2%) nel 2024 è stata nettamente superiore a quella del PIL (+0,5%), per poi allinearsi maggiormente al ritmo del PIL nel 2025, con una crescita dello 0,8%. Il tasso di disoccupazione ha mostrato un netto miglioramento, scendendo al 6,5% nel 2024 rispetto al 2023, e si prevede un’ulteriore diminuzione al 6,2% nel 2025. La Banca d’Italia prevede che il tasso di disoccupazione si mantenga intorno al 6% nel biennio 2025-2027.
Il fatto che la crescita dell’occupazione (misurata in ULA) superi significativamente la crescita del PIL, in particolare nel 2024, è un dato fondamentale. Sebbene la creazione di posti di lavoro sia positiva per il benessere sociale e il reddito delle famiglie, questa disparità implica una diminuzione della produttività del lavoro (PIL per unità di lavoro). Se ogni lavoratore aggiuntivo o ogni ora lavorata contribuisce in proporzione minore alla produzione complessiva, ciò può ostacolare la crescita dei salari a lungo termine e la competitività nazionale. Il previsto allineamento della crescita delle ULA e del PIL nel 2025 potrebbe indicare una stabilizzazione o un leggero miglioramento della produttività, ma le questioni strutturali sottostanti, come investimenti insufficienti in capitale, disallineamenti delle competenze o lenta adozione dell’innovazione in alcuni settori, richiedono un’attenta considerazione.
EUROPEISTI: Questa tendenza suggerisce che la recente creazione di posti di lavoro in Italia potrebbe essere caratterizzata da posizioni a minor valore aggiunto, o che l’economia non sta generando sufficienti guadagni di produttività per eguagliare la crescita dell’occupazione. Per una prosperità duratura e standards di vita più elevati, le politiche devono dare priorità all’aumento degli investimenti di capitale, alla promozione dell’innovazione e al rafforzamento del capitale umano attraverso l’istruzione e la formazione, assicurando che la crescita dell’occupazione sia accompagnata da robusti miglioramenti della produttività.
1.3. Inflazione
L’inflazione, misurata dall’Indice Armonizzato dei Prezzi al Consumo (IPCA), ha raggiunto l’1,4% a novembre 2024, il valore più elevato dell’anno. Tuttavia, l’inflazione acquisita per il 2024 in Italia si è attestata ad un contenuto +1,1%, significativamente al di sotto della media dell’area euro del +2,3%. Per il 2025, il deflatore dei consumi delle famiglie è previsto in risalita al +2%. L’inflazione al consumo dovrebbe mantenersi intorno all’1,5% nel 2025-2026, per poi salire al 2% nel 2027. Questo aumento previsto è legato alla “tenuta dei redditi e dei consumi interni” e alla “ripresa del reddito disponibile reale”.
Il tasso di inflazione più basso dell’Italia rispetto alla media dell’Eurozona nel 2024 può essere interpretato come un segnale di minori pressioni sulla domanda interna o di forze disinflazionistiche più efficaci.
Tuttavia, l’aumento previsto per il 2025, esplicitamente attribuito alla tenuta dei redditi e alla ripresa dei consumi interni, indica un riequilibrio positivo dei fattori di crescita dalla domanda esterna a quella interna. Ciò significa che i redditi reali dovrebbero recuperare, stimolando la spesa delle famiglie e spingendo gradualmente i prezzi verso l’obiettivo della Banca Centrale Europea.
EUROPEISTI: Un incremento graduale e controllato dell’inflazione, alimentato da redditi reali in aumento e da consumi interni più robusti, rappresenterebbe uno sviluppo positivo per l’economia italiana. Segnala una normalizzazione dell’attività economica e potrebbe, nel tempo, ridurre il peso reale dell’elevato debito pubblico italiano.
Questa tendenza implica anche che l’allentamento della politica monetaria della BCE potrebbe trovare terreno fertile in Italia, sostenendo ulteriormente la domanda interna.
2. Il Ruolo dell’Italia nell’Eurozona
e le Dinamiche Reciproche
L’Italia ha sempre avuto un ruolo centrale nel processo di integrazione europea, con implicazioni profonde per la sua economia e la sua governance.
2.1. Contesto storico ed impegno nell’integrazione
L’Italia ha svolto un ruolo fondamentale nel processo di integrazione europea fin dalle sue origini. Figure chiave come De Gasperi si sono adoperate per garantire la massima partecipazione italiana, vedendo nell’integrazione un meccanismo cruciale per la ripresa interna e la promozione della cooperazione internazionale. La creazione dell’Unione Economica e Monetaria (UEM) ha portato all’adozione di una moneta unica e a regole specifiche per la gestione della politica monetaria. Tuttavia, la gestione delle politiche economiche e fiscali è rimasta in gran parte nelle mani dei governi nazionali, spesso senza meccanismi di controllo e coordinamento sovranazionali sufficientemente efficaci.
La posizione dell’Italia nell’integrazione europea presenta una natura duplice. Da un lato, l’impegno storico dell’Italia nel progetto europeo è un valore politico ed economico significativo, radicato nella convinzione che l’integrazione potesse favorire la ripresa interna del Paese. Dall’altro lato, l’esperienza all’interno dell’Eurozona ha messo in luce una criticità strutturale nel disegno dell’UEM: la centralizzazione della politica monetaria sotto la BCE, a fronte di una frammentazione delle politiche fiscali ed economiche a livello nazionale.
Questa mancanza di una robusta coordinazione ha contribuito ad una aumentata divergenza economica e al peggioramento dei deficit di bilancio per alcuni Stati membri, inclusa l’Italia.
EUROPEISTI: Mentre l’integrazione ha offerto stabilità e opportunità di scala, la natura incompleta della sua governance ha involontariamente amplificato le vulnerabilità nazionali. Affinché il nostro Paese possa trarre pieno beneficio dall’integrazione e l’Eurozona possa raggiungere una maggiore stabilità, è essenziale un quadro di governance economica europea più completo e coordinato.
2.2. Impatto reciproco con l’Eurozona
La Commissione Europea prevede una progressiva accelerazione dell’attività economica all’interno dell’Eurozona (UEM), con una crescita del PIL dell’0,8% nel 2024 e dell’1,3% nel 2025. Storicamente, l’Italia, insieme ad altri Paesi, ha incontrato difficoltà nel rispettare costantemente la soglia del 3% del rapporto Deficit/PIL, evidenziando le sfide nella gestione delle finanze pubbliche all’interno delle regole fiscali europee.
Un’evoluzione significativa è l’entrata in vigore del nuovo quadro di governance economica europea (Regolamenti (UE) 2024/1263, 1264, 1265) il 30 aprile 2024, che influenza direttamente la preparazione dei documenti di finanza pubblica nazionali, come il DFP italiano. Il Governo italiano ha esplicitamente confermato l’obiettivo di uscire dalla Procedura per Disavanzi Eccessivi entro il 2027, in linea con le nuove regole.
EUROPEISTI: L’introduzione della riforma della governance economica europea, con l’entrata in vigore dei nuovi regolamenti, rappresenta un punto di svolta per la politica fiscale italiana. Le passate difficoltà dell’Italia nel rispettare i targets di deficit significano che queste nuove regole non sono meramente amministrative, ma influenzeranno in modo determinante la sua politica di bilancio.
Il passaggio verso “piani strutturali di bilancio di medio termine” indica un orientamento verso percorsi fiscali più personalizzati e specifici per ciascun Paese, che offrono maggiore flessibilità rispetto alle precedenti regole rigide, ma che richiedono anche una maggiore responsabilità per le riforme strutturali e le traiettorie di debito sostenibili.
Questo nuovo quadro fiscale europeo rappresenta sia un vincolo significativo che un’opportunità cruciale per l’Italia. Impone un’enfasi rinnovata, sebbene potenzialmente più sfumata, sulla disciplina di bilancio, che potrebbe forzare gli aggiustamenti fiscali necessari. Allo stesso tempo, richiede che le riforme strutturali nazionali e i piani di investimento (come il PNRR) siano allineati agli obiettivi dell’UE.
3. Gestione economico-finanziaria
dell’attuale Governo Italiano
La gestione delle finanze pubbliche e l’implementazione delle riforme strutturali sono elementi chiave per la stabilità e la crescita dell’Italia.
3.1. Politiche di Bilancio, Deficit e Debito Pubblico (2024-2025)
Il rapporto deficit/PIL è previsto in progressiva diminuzione, attestandosi al -3,3% nel 2025, al -2,8% nel 2026 e al -2,6% nel 2027. Il Governo ha ribadito l’impegno a raggiungere questi obiettivi per consentire all’Italia di uscire dalla Procedura per Disavanzi Eccessivi entro il 2027. Le previsioni di Confindustria sono in linea, stimando un indebitamento netto della Pubblica Amministrazione al 3,2% del PIL nel 2025 e al 2,8% nel 2026. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) prevede che il deficit tendenziale della PA si riduca significativamente al 4,3% del PIL nel 2024, rispetto al 7,2% del 2023.
Un dato particolarmente rilevante è il ritorno del saldo primario (al netto degli interessi) in surplus già dal 2025 (0,3% del PIL), un netto miglioramento rispetto al -3,4% del PIL del 2023.
EUROPEISTI: Sebbene la prevista riduzione del deficit sia un dato positivo, è fondamentale considerare che una parte significativa del deficit del 2023 (1,9% del PIL) è stata attribuita ai maggiori costi relativi al Superbonus, come rilevato dall’ISTAT. Questo suggerisce che una porzione sostanziale del recente miglioramento fiscale derivi dalla cessazione di un incentivo edilizio temporaneo e molto costoso, piuttosto che da tagli di spesa strutturali o aumenti di entrate generalizzati. Ciò solleva interrogativi sulla sostenibilità e sui fattori trainanti del futuro consolidamento fiscale. Se la riduzione del deficit è in gran parte il risultato della fine di misure temporanee e onerose come il Superbonus, piuttosto che di riforme fondamentali della spesa pubblica o della riscossione delle entrate, allora il mantenimento della traiettoria discendente verso la soglia del 3% e oltre richiederà interventi strutturali più difficili e potenzialmente politicamente complessi. L’attenzione si sposterà su come il surplus primario sarà generato e sostenuto attraverso cambiamenti politici più duraturi.
Per quanto riguarda il debito pubblico, il rapporto debito/PIL è previsto in moderato aumento nel breve termine, raggiungendo il 136,6% nel 2025 e il 137,6% nel 2026, prima di una leggera flessione al 137,4% nel 2027. Le stime di Confindustria sono coerenti, prevedendo il debito al 137,0% nel 2025, con un aumento di 1,7 punti percentuali rispetto al 2024, e in ulteriore crescita al 137,6% nel 2026. Il contenimento del rapporto debito/PIL nel 2024 (135,3%) è stato in parte spiegato da una riduzione delle disponibilità liquide del Tesoro e dalla valorizzazione e dismissione del patrimonio pubblico.
EUROPEISTI: Il dato più significativo è che, nonostante gli sforzi per ridurre il deficit annuale, il rapporto debito pubblico/PIL è previsto in aumento. Questa apparente contraddizione si spiega con l'”aggiustamento stock-flussi”, in particolare con il perdurare degli “effetti contabili dei crediti edilizi”. La persistenza di un elevato stock di debito, anche in presenza di un miglioramento del saldo primario, rende l’Italia vulnerabile a variazioni dei tassi di interesse e del sentiment degli investitori.
Per garantire una traiettoria di debito sostenibile, è fondamentale non solo mantenere la disciplina fiscale sul deficit corrente, ma anche affrontare in modo strutturale le passività accumulate e promuovere una crescita economica robusta che possa superare la crescita del debito nominale.
3.2. Riforme Strutturali e PNRR
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) è riconosciuto come un motore chiave per gli investimenti e la ripresa economica. Tuttavia, gli investimenti hanno mostrato un andamento più contenuto nel 2024 (-1,1 p.p.) e sono previsti in ulteriore riduzione nel 2025 (-1,2 p.p.), principalmente a causa della fine degli incentivi all’edilizia, nonostante la spinta propulsiva del PNRR. Il Governo si è impegnato nell’elaborazione di strategie per supportare la politica industriale, promuovere l’accesso al mercato dei capitali, semplificare le procedure e sostenere gli investimenti per la transizione verde e digitale, oltre a un maggiore impegno sulla spesa per la difesa.
EUROPEISTI: Mentre il PNRR fornisce un impulso significativo agli investimenti pubblici e privati, la sua piena capacità trasformativa è ostacolata da fattori esterni o dalla difficoltà di compensare il venir meno di altre misure. La debolezza degli investimenti, nonostante il PNRR, indica la necessità di un’implementazione più rapida ed efficiente dei progetti e di un ambiente normativo e burocratico che faciliti l’assorbimento dei fondi. Per massimizzare i benefici del PNRR, è imperativo accelerare l’attuazione dei progetti, rimuovere i colli di bottiglia amministrativi e garantire che gli investimenti siano diretti verso settori ad alto valore aggiunto che possano stimolare la produttività e la competitività a lungo termine. Inoltre, è fondamentale che le riforme strutturali previste dal PNRR vengano attuate con determinazione per creare un ambiente più favorevole agli investimenti privati, che sono essenziali per una crescita sostenibile oltre la durata del Piano.
4. Punti di Forza e Debolezza dell’Economia italiana
L’economia italiana presenta un quadro complesso, caratterizzato da settori di eccellenza riconosciuti a livello globale e da persistenti debolezze strutturali.
4.1. Punti di forza e settori di eccellenza
Il settore dei servizi rappresenta oltre il 70% del PIL italiano e impiega il 71% della forza lavoro.
Il turismo è un pilastro, con l’Italia terzo Paese più visitato in Europa e quinto nel mondo, vantando 51 siti UNESCO. Nel 2023, il Paese ha accolto quasi 60 milioni di visitatori, con un contributo diretto del turismo a oltre il 5% del PIL e indiretto al 13%. Il settore del commercio al dettaglio è robusto, con un mercato di 468,73 miliardi di dollari nel 2023, in crescita anche nelle vendite online e con un crescente focus su progetti verdi.
Il settore manifatturiero italiano è il secondo in Europa, eccellendo nella produzione di beni di consumo di lusso e di alta qualità, come macchinari, moda e automobili. L’Italia è leader nella produzione di macchine per imballaggio, tessili, lavorazione del legno e imbottigliamento.
Il settore della moda è uno dei migliori al mondo, con marchi iconici e un mercato che si prevede raggiungerà i 100,89 miliardi di dollari entro il 2032.
L’industria automobilistica, con marchi come Ferrari e Lamborghini, ha venduto oltre 1,79 milioni di veicoli nel 2023, con un aumento del 19,24% rispetto all’anno precedente.
L’Italia vanta anche competenze produttive nei settori alimentare e farmaceutico, con i macchinari e i computer che rappresentano oltre il 18% delle esportazioni.
Altri settori strategici includono:
- Industria Chimica: un ecosistema dinamico per produzione e R&S.
- Economia Circolare: leader in Europa per tasso di utilizzo circolare dei materiali (18,7%) e riciclo dei rifiuti (83,2%), in linea con il Green Deal dell’UE.
- Moda, Design & Arredo: sinonimo di “Made in Italy“, artigianato d’eccellenza e alte competenze di design.
- Industria Alimentare e Tecnologia Agroalimentare: leader nella produzione agricola e alimentare, con 853 prodotti DOP e IGP.
- Greentech: terzo maggior produttore di energia rinnovabile in Europa, con vantaggi competitivi per l’energia pulita e l’esportazione di tecnologie.
- ICT: settore dinamico con crescita inarrestabile, capitale umano qualificato e infrastrutture di ricerca di livello mondiale.
- Aerospazio: lunga tradizione e alta competenza tecnologica, con una catena del valore completa e un ruolo fondamentale nei programmi spaziali europei.
- Logistica & Infrastrutture: posizione geografica strategica che collega Asia, Medio Oriente, Africa ed Europa, con porti e interporti efficienti.
- Macchinari & Meccatronica: leadership nella produzione di macchinari di alta qualità e innovativi, con solidità nell’ingegneria di precisione, automazione e robotica.
- Microelettronica & Semiconduttori: ecosistema imprenditoriale dinamico e impegno dell’UE nel potenziamento delle filiere.
- Scienze della Vita: base manifatturiera straordinaria e ricca eredità di ricerca scientifica.
- Automotive: solido ecosistema industriale e alto livello di R&S per la mobilità sostenibile.
EUROPEISTI: La forza del “Made in Italy” non si limita alla semplice produzione, ma si estende alla capacità di innovare e di creare valore in settori di nicchia e di alta qualità, riconosciuti a livello globale. Questi settori, che spaziano dal lusso ai macchinari di precisione, dall’agroalimentare all’aerospazio, rappresentano un vantaggio competitivo distintivo.
La capacità dell’Italia di combinare artigianato d’eccellenza con competenze di design e tecnologie avanzate le consente di mantenere una posizione di leadership in mercati complessi e competitivi.
L’impegno nell’economia circolare e nel greentech, in linea con gli obiettivi del Green Deal dell’UE, posiziona l’Italia come un Hub per la sostenibilità, trasformando i materiali di scarto in risorse preziose.
Settori come l’ICT e l’aerospazio, con il loro capitale umano qualificato e le infrastrutture di ricerca, sono cruciali per la competitività futura.
La posizione geografica strategica dell’Italia e la sua rete logistica efficiente rafforzano ulteriormente la sua capacità di agire come ponte tra i continenti, facilitando il commercio e gli investimenti.
4.2. Debolezze strutturali
Nonostante i punti di forza, l’economia italiana è afflitta da significative debolezze strutturali. La crisi demografica e la debolezza dei consumi sono fonte di preoccupazione, nonostante l’aumento dei redditi reali.
Un problema di lunga data è il divario tra Nord e Sud, che persiste fin dall’Unità d’Italia. Il Mezzogiorno, pur concentrando oltre il 30% della popolazione, genera meno di un quarto del PIL nazionale, con un PIL pro-capite che oscilla tra il 55% e il 60% di quello delle altre aree italiane. Questo divario è alimentato da inefficienze istituzionali, burocrazia, corruzione, lentezza giudiziaria e problemi nella gestione dei rifiuti. La presenza della criminalità organizzata ostacola lo sviluppo delle imprese orientate al mercato, altera la concorrenza e alimenta la corruzione. L’economia sommersa è particolarmente diffusa nel Sud, dove l’incidenza dei lavoratori in nero raggiunge il 20% della forza lavoro totale.
Le conseguenze di questo divario includono un’elevata emigrazione di capitale umano, specialmente di persone altamente scolarizzate, verso il Centro-Nord e l’estero. I tassi di scolarizzazione nel Meridione sono sfavorevoli, con un aumento del tasso di abbandono scolastico e scarse competenze in lettura e matematica. La bassa competitività internazionale e la scarsa capacità di attrarre investimenti esteri nel Sud sono ulteriori manifestazioni di queste debolezze. Il tasso di occupazione nel Sud è significativamente inferiore (44%) rispetto al Nord (65%), e la disoccupazione ufficiale è quasi 2,5 volte quella del Nord.
EUROPEISTI: Le debolezze strutturali dell’Italia sono profonde e interconnesse. La crisi demografica, con il suo impatto sulla forza lavoro e sui consumi, rappresenta una minaccia a lungo termine per la crescita potenziale.
Il persistente divario Nord-Sud è una delle sfide più complesse, con le inefficienze istituzionali, la burocrazia e la corruzione che agiscono come freni allo sviluppo economico.
La presenza pervasiva dell’economia sommersa e della criminalità organizzata non solo distorce i mercati e la concorrenza, ma erode anche la fiducia nel sistema e la base imponibile.
La lentezza della giustizia e la complessità burocratica aumentano i costi per le imprese e disincentivano gli investimenti.
La perdita di capitale umano qualificato a causa dell’emigrazione e la bassa qualità della formazione in alcune aree del Paese compromettono la capacità dell’Italia di competere nell’economia della conoscenza.
Questi fattori creano un circolo vizioso che limita la produttività, la competitività e la capacità di attrarre investimenti, rendendo l’economia italiana meno resiliente agli shock e meno capace di sfruttare appieno le opportunità offerte dall’integrazione europea.
5. Comparazione con Paesi Simili
(Germania, Francia, Spagna, Regno Unito)
Per una comprensione più approfondita della posizione dell’Italia, è utile confrontare i suoi indicatori economici e le politiche con quelli di altre grandi economie europee.
5.1. Indicatori economici chiave (PIL, Debito, Disoccupazione, Inflazione)
Di seguito una tabella comparativa degli indicatori economici chiave per Italia, Germania, Francia, Spagna e Regno Unito per il 2024 e il 2025, basata sui dati disponibili da Eurostat, OECD e IMF.
| Indicatore | Anno | Italia | Germania | Francia | Spagna | Regno Unito | Eurozona / EU |
| Crescita PIL Reale | 2024 | 0,5% – 0,6% | 0,8% | 1,1% | 3,0% – 3,2% | N/A | 0,8% |
| 2025 | 0,7% – 0,8% | 0,6% | 0,6% | 2,3% – 2,6% | 0,7% (Q1 2025) | 0,9% – 1,3% | |
| Deficit/PIL | 2024 | 4,3% | N/A | N/A | N/A | N/A | -3,2% (EU) |
| 2025 | 3,3% | N/A | 5,4% – 5,6% | N/A | N/A | -3,3% (EU) | |
| Debito/PIL | 2024 | 135,3% | N/A | N/A | N/A | N/A | N/A |
| 2025 | 136,6% – 137,0% | N/A | 118,4% (2026, da 113% 2023) | N/A | N/A | N/A | |
| Tasso Disoccupazione | 2024 | 6,5% – 7,1% | N/A | 7,3% | N/A | N/A | 6,4% (EU) |
| 2025 | 6,0% – 6,2% | 3,6% | 7,9% | N/A | N/A | 5,9% – 6,2% | |
| Inflazione (IPCA/CPI) | 2024 | 1,1% – 1,4% | 2,4% | 1,7% – 2,3% | 2,8% | N/A | 2,3% – 2,4% |
| 2025 | 1,5% – 2,0% | 2,4% | 0,8% – 0,9% | 2,4% | 3,5% (Aprile 2025) | 2,2% |
Nota: I dati possono variare leggermente a seconda della fonte e della data di pubblicazione delle previsioni.
EUROPEISTI: L’analisi comparativa rivela che l’Italia si confronta con diverse sfide rispetto ai suoi partners europei. La crescita del PIL italiano, sebbene positiva, è generalmente inferiore a quella della Spagna, che si distingue per un dinamismo economico più marcato. La Germania, pur affrontando una fase di stagnazione nel 2025, mostra tassi di disoccupazione significativamente più bassi. La Francia, con un deficit/PIL previsto elevato nel 2025, evidenzia sfide fiscali simili, ma con un’inflazione più contenuta. Il Regno Unito, post-Brexit, mostra una crescita del PIL nel primo trimestre 2025 superiore alle attese, ma con un’inflazione più elevata rispetto all’Eurozona.
La dinamica dell’inflazione italiana, più contenuta nel 2024 rispetto alla media dell’Eurozona, è un segnale di una domanda interna meno vivace, sebbene le previsioni per il 2025 indichino un riallineamento. Queste differenze sottolineano la necessità per l’Italia di attuare riforme mirate per migliorare la sua competitività strutturale e la sostenibilità delle finanze pubbliche.
5.2. Politiche economiche e Riforme strutturali
Le politiche economiche e le riforme strutturali adottate dai Paesi europei simili all’Italia offrono un quadro comparativo interessante.
- Germania: nel marzo 2025 ha riformato il suo quadro fiscale costituzionale, introducendo un nuovo fondo infrastrutturale da 500 miliardi di euro (11,6% del PIL 2024) al di fuori del “freno al debito”, destinato a finanziare progetti in trasporti, sanità, energia, istruzione, ricerca e digitalizzazione. La spesa per la Difesa superiore all’1% del PIL è stata esclusa dal calcolo del freno al debito, e ai Länder è stata concessa maggiore flessibilità nel deficit. L’obiettivo è stimolare la crescita economica e affrontare le ingenti esigenze di investimento. La Germania sta anche lavorando per ridurre la burocrazia e modernizzare l’amministrazione, puntando a semplificare e digitalizzare i requisiti informativi e di approvazione.
- Francia: mira a ridurre il deficit di bilancio al 5,4% del PIL nel 2025, con l’obiettivo di scendere sotto il 3% entro il 2029. Sono state introdotte misure fiscali, inclusa una tassa temporanea sui profitti delle grandi aziende, e si punta al controllo della spesa pubblica. Il Paese mantiene i finanziamenti per la transizione ecologica e introduce riforme fiscali per i redditi più alti. L’agenda di riforme strutturali include la revisione della spesa e la semplificazione dei regimi pensionistici e di disoccupazione per aumentare la produttività e facilitare il consolidamento fiscale.
- Spagna: continua a guidare la crescita economica tra le principali economie europee, con previsioni di crescita del PIL del 2,6% nel 2025 e del 2,2% nel 2026. La crescita è trainata dai consumi privati, dagli investimenti (anche grazie al PNRR) e da un mercato del lavoro dinamico, con la creazione di quasi 2 milioni di posti di lavoro entro il 2028. Il Governo ha confermato il rispetto della regola di spesa con la Commissione Europea per il 2024, ottenendo un “credito” per future deviazioni. Sono previsti investimenti in infrastrutture e politiche per l’offerta abitativa.
- Regno Unito: L’accordo di commercio e cooperazione (TCA) post-Brexit continua a influenzare le relazioni economiche con l’UE. Il commercio di beni tra l’UE e il Regno Unito è diminuito nel 2023 e 2024, rimanendo al di sotto dei livelli pre-Brexit, mentre il commercio di servizi si è dimostrato più resiliente. Un “reset” delle relazioni UE-UK nel maggio 2025 mira a facilitare le frizioni commerciali, con potenziali benefici derivanti dal riconoscimento reciproco delle valutazioni di conformità e dalla cooperazione in settori come l’energia e la difesa. Le politiche del Regno Unito sono focalizzate sulla riduzione del deficit commerciale post-Brexit e sulla gestione delle barriere non tariffarie, come i controlli sanitari e fitosanitari.
EUROPEISTI: Questi confronti evidenziano come i Paesi europei stiano affrontando sfide comuni, come la sostenibilità fiscale e la necessità di riforme strutturali, ma con approcci diversificati. La Germania si concentra su investimenti strategici e riduzione della burocrazia per stimolare la produttività. La Francia persegue un consolidamento fiscale ambizioso attraverso misure sia di entrata che di spesa, accompagnate da riforme del mercato del lavoro. La Spagna, invece, mostra una crescita robusta trainata dalla domanda interna e dagli investimenti del PNRR, con un’attenzione alla creazione di posti di lavoro. Il Regno Unito sta ancora gestendo le conseguenze economiche della Brexit, cercando di mitigare le frizioni commerciali con l’UE.
Al solito, questi esempi offrono spunti utili per il nostro Paese. L’approccio tedesco agli investimenti infrastrutturali, l’attenzione francese alla revisione della spesa e alla produttività, e il dinamismo spagnolo nella creazione di posti di lavoro e nell’assorbimento dei fondi UE, rappresentano modelli da cui trarre ispirazione. La capacità di questi Paesi di implementare riforme significative e di adattare le proprie politiche al contesto europeo e globale è un fattore chiave della loro resilienza. L’Italia dovrebbe beneficiare di un’accelerazione nell’attuazione delle riforme, in particolare quelle volte a migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione, a ridurre il peso della burocrazia e a stimolare gli investimenti privati, in modo da massimizzare i benefici del PNRR e rafforzare la sua posizione nell’integrazione europea.
6. Proposte migliorative
Per affrontare le sfide attuali e future e rafforzare la posizione dell’Italia nell’integrazione europea, Noi EUROPEISTI proponiamo di intervenire nelle seguenti aree:
- Politica fiscale e gestione del Debito
È cruciale proseguire con il percorso di riduzione del deficit per garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche e il rispetto delle nuove regole di governance europea. La sostenibilità del surplus primario deve essere assicurata attraverso misure strutturali e non solo con la cessazione di incentivi temporanei. È necessaria una strategia a lungo termine per la riduzione del debito pubblico, che vada oltre la mera gestione contabile degli “stock-flow adjustment” e si basi su una crescita economica robusta e duratura. La valorizzazione e dismissione del patrimonio pubblico, come già avvenuto nel 2024, può essere un elemento complementare.
- Riforme strutturali per la Produttività e la Competitività:
- Investimenti e Innovazione: bisogna incentivare la ricerca e sviluppo (R&S) e l’innovazione in tutti i settori, con un focus particolare sulle tecnologie verdi e digitali, che sono aree di crescita strategica a livello europeo. È essenziale stimolare gli investimenti privati in capitale e tecnologia per aumentare la produttività del lavoro, superando la dinamica attuale di crescita dell’occupazione non sempre accompagnata da un aumento proporzionale del PIL.
- Capitale Umano: occorre affrontare il divario di competenze attraverso investimenti mirati nell’istruzione, nella formazione professionale e nell’aggiornamento delle competenze, per allineare la forza lavoro alle esigenze di un’economia in trasformazione. Politiche per attrarre e trattenere i talenti sono fondamentali per contrastare la “fuga di cervelli”.
- Burocrazia e Giustizia: bisogna semplificare radicalmente le procedure amministrative e accelerare i tempi della giustizia. La riduzione della burocrazia e l’aumento dell’efficienza del sistema giudiziario sono prerequisiti per attrarre investimenti e migliorare il clima imprenditoriale.
- Divario Nord-Sud: occorre implementare politiche mirate per ridurre il divario economico e sociale tra il Nord e il Sud, con investimenti strategici in infrastrutture, servizi pubblici e capitale umano nelle regioni meridionali. È indispensabile rafforzare le istituzioni locali e regionali e intensificare la lotta contro l’economia sommersa e la criminalità organizzata, che continuano a frenare lo sviluppo del Mezzogiorno.
- Rafforzamento dell’Integrazione europea:
- Governance economica: l’Italia dovrebbe continuare a sostenere un rafforzamento dell’unione fiscale europea e lo sviluppo di politiche di investimento comuni a livello dell’Eurozona. Una maggiore coordinazione delle politiche economiche e fiscali tra gli Stati membri è essenziale per la stabilità e la crescita dell’intera unione monetaria.
- Spesa per la Difesa: nel contesto di un aumento della spesa per la difesa a livello europeo, l’Italia dovrebbe promuovere un utilizzo innovativo del bilancio dell’UE a sostegno degli investimenti in sicurezza e difesa, favorendo l’industria nazionale nell’ambito di strategie condivise a livello europeo.
- PNRR: necessario massimizzare l’efficacia del PNRR attraverso un’implementazione efficiente e trasparente, garantendo che i fondi siano assorbiti e utilizzati per progetti che generino un impatto duraturo sulla produttività e sulla competitività, in piena sinergia con gli obiettivi dell’UE.
- Diversificazione e Specializzazione produttiva:
- “Made in Italy“: occorre continuare a valorizzare e investire nei settori di eccellenza del “Made in Italy”, come moda, design, agroalimentare e macchinari, promuovendo l’innovazione e l’internazionalizzazione.
- Settori strategici: bisogna sostenere lo sviluppo dei settori ad alto potenziale come l’economia circolare, il greentech, l’ICT, l’aerospazio e la microelettronica, che sono allineati con le priorità di crescita dell’UE e possono generare un vantaggio competitivo duraturo.
(*) A cura del Dipartimento “Economia – Finanza” e dell’Ufficio Studi del partito EUROPEISTI