Il Settore della Difesa italiana nel contesto del Piano “Rearm Europe” e della crescente integrazione UE: Vantaggi e Sfide Strategiche (*)
Il presente rapporto analizza le dinamiche di integrazione della Difesa europea, con un focus specifico sul piano “Rearm Europe” e le sue implicazioni per l’industria della Difesa italiana.
EUROPEISTI: in un contesto geopolitico in rapida evoluzione, segnato dal conflitto in Ucraina e dalla crescente necessità di autonomia strategica per l’Unione Europea, le iniziative comunitarie mirano a rafforzare la Base Industriale e Tecnologica della Difesa Europea (EDTIB). Il piano “Rearm Europe”, con una dotazione prevista di oltre €800 miliardi, insieme alla Strategia Industriale Europea per la Difesa (EDIS) ed al Programma Europeo per l’Industria della Difesa (EDIP), rappresenta un tentativo ambizioso di superare la frammentazione del mercato, stimolare gli investimenti collaborativi e aumentare la capacità produttiva del continente.
Per l’industria della Difesa italiana, questo scenario presenta un complesso intreccio di vantaggi e difficoltà. Tra i vantaggi figurano maggiori opportunità di finanziamento tramite strumenti come il fondo SAFE e l’EDIP, uno stimolo a imprese collaborative e programmi congiunti, un potenziale miglioramento dell’accesso al mercato unico europeo, anche attraverso una “preferenza europea”, e la promozione dello sviluppo tecnologico in settori di eccellenza nazionale. Tuttavia, emergono significative sfide: l’adeguatezza dei fondi UE rispetto alle necessità, l’onere del cofinanziamento nazionale su bilanci già tesi, le difficoltà di accesso per le Piccole e Medie Imprese (PMI), la dialettica tra frammentazione e consolidamento industriale, le barriere normative e di standardizzazione, la forte pressione competitiva internazionale e la necessità di bilanciare gli interessi nazionali con gli obiettivi di integrazione europea.
EUROPEISTI: per il nostro Paese, un approccio strategico, proattivo e coordinato a livello nazionale è cruciale per trasformare le sfide in opportunità concrete. Ciò implica l’identificazione di nicchie di eccellenza, il rafforzamento della cooperazione interministeriale e industriale, il sostegno mirato alle PMI, investimenti continui in Ricerca e Sviluppo (R&S) ed un impegno attivo per plasmare le politiche europee in modo equo e trasparente. Solo così l’Italia potrà posizionarsi come contributore chiave a una Difesa europea rafforzata, a beneficio della propria sicurezza e di quella dell’intero continente.
I. Il contesto della Difesa Europea in evoluzione: verso una maggiore integrazione
A. L’Imperativo del consolidamento della Difesa Europea: fattori geopolitici ed obiettivi strategici
Il panorama geostrategico globale ha subito una trasformazione radicale negli ultimi anni, catalizzata in modo preponderante dal conflitto in Ucraina. Questa nuova realtà ha imposto una riconsiderazione fondamentale del concetto di sicurezza e difesa per l’Unione Europea, spingendola verso una maggiore integrazione e autonomia strategica.
La guerra in Ucraina non si è limitata a fungere da catalizzatore per un incremento delle spese militari; ha piuttosto costretto l’UE a confrontarsi con le proprie vulnerabilità e a riconsiderare il significato stesso di “autonomia strategica“. Non si tratta più di una mera aspirazione teorica, bensì di una necessità operativa che incide direttamente sulle catene di approvvigionamento, sulle capacità industriali e sulle priorità di investimento.
La dipendenza da fornitori esterni, evidenziata dalla crisi ucraina per quanto riguarda munizionamento e sistemi d’arma specifici, ha reso palese che l’autonomia non significa semplicemente “poter fare da soli”, ma piuttosto “poter sostenere uno sforzo bellico prolungato e ad alta intensità“. Tale constatazione implica che iniziative come il piano “Rearm Europe” non possono limitarsi a finanziare acquisti, ma devono mirare a una trasformazione strutturale della Base Industriale e Tecnologica della Difesa Europea (EDTIB).
La crescente consapevolezza della necessità di rafforzare l’EDTIB è quindi finalizzata a rispondere efficacemente alle minacce emergenti e ridurre la dipendenza da attori extra-UE, in particolare dagli Stati Uniti. Figure autorevoli, come l’ex Presidente del Consiglio Mario Draghi, hanno sottolineato l’importanza vitale della competitività europea e la necessità di una nuova strategia industriale che includa esplicitamente il settore della difesa come pilastro fondamentale. La frammentazione attuale dell’EDTIB, caratterizzata da duplicazioni e da una scarsa interoperabilità, rappresenta un ostacolo diretto al raggiungimento di una reale capacità di difesa sostenibile e autonoma.
In questo contesto, l’enfasi posta sulla “prontezza” (Readiness) sia nel piano “Rearm Europe” sia nella Strategia Industriale Europea per la Difesa (EDIS) suggerisce una lezione appresa dalle passate inefficienze. La capacità di incrementare rapidamente la produzione industriale in caso di necessità (“surge capacity“) e la resilienza intrinseca delle catene di approvvigionamento sono diventate altrettanto, se non più, importanti dell’innovazione tecnologica fine a sé stessa. Le crisi precedenti hanno infatti dimostrato la difficoltà strutturale dell’industria europea a rispondere con celerità a picchi improvvisi della domanda. L’introduzione di concetti quali le “ever-warm facilities” (impianti mantenuti in uno stato di semi-operatività per una rapida attivazione) e l’estensione della logica del programma ASAP (Act in Support of Ammunition Production) indicano chiaramente l’intenzione dell’UE di istituzionalizzare una capacità di mobilitazione industriale, superando il tradizionale modello produttivo “built-to-order” (costruito su ordinazione) che ha lungamente caratterizzato il settore.
B. Le Iniziative Chiave dell’UE per la Difesa
L’Unione Europea ha messo in campo una serie di iniziative interconnesse per affrontare le sfide della difesa e promuovere una maggiore integrazione.
- Il Piano “Rearm Europe” – Readiness: Ambizioni, Finanziamenti e Aree Prioritarie
Presentato nel marzo 2025, il piano “Rearm Europe” (o “Readiness 2030“) si configura come una delle iniziative più ambiziose dell’UE nel settore della difesa, con l’obiettivo di mobilitare oltre 800 miliardi di euro in investimenti. Le fonti di finanziamento previste sono molteplici e mirano a un coinvolgimento sia a livello nazionale che comunitario.
Circa €650 miliardi dovrebbero derivare da una maggiore flessibilità fiscale concessa agli Stati membri per le loro spese nazionali per la difesa. A questi si aggiunge un nuovo strumento di prestito a livello UE, denominato SAFE (Security and Action for Europe), con una dotazione di €150 miliardi, destinato a finanziare acquisti congiunti di armamenti. Si prospetta inoltre un potenziale ri-orientamento dei fondi di coesione e un ruolo più incisivo della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) nel sostenere progetti legati alla difesa.
Gli obiettivi strategici di “Rearm Europe” sono di vasta portata: si punta ad un effettivo raddoppio della spesa complessiva per la difesa in Europa, ad un rafforzamento immediato del sostegno all’Ucraina e ad una più robusta deterrenza nei confronti della Russia. Parallelamente, il piano mira a ridurre la dipendenza strategica dagli Stati Uniti e ad affrontare minacce a lungo termine, inclusa la sfida sistemica posta dalla Cina e la crescente incidenza di minacce ibride.
Per raggiungere tali obiettivi, sono stati delineati specifici meccanismi. Lo strumento SAFE è centrale per promuovere gli appalti congiunti tra Stati membri, incentivando economie di scala e interoperabilità. La possibilità per gli Stati membri di attivare la clausola di salvaguardia nazionale del “Patto di Stabilità e Crescita”, che consentirebbe di aumentare la spesa per la difesa senza incorrere in procedure per deficit eccessivo, rappresenta un altro pilastro fondamentale. (Ndr. il Governo italiano non ha finora ritenuto di avvalersi di questa possibilità).
Si prevede inoltre l’istituzione di un “Meccanismo Europeo di Vendite Militari” per facilitare l’acquisizione di prodotti della difesa europea.
Le aree prioritarie di investimento identificate riflettono le esigenze più urgenti del moderno campo di battaglia: difesa aerea e missilistica integrata, sistemi di artiglieria avanzati, produzione di munizioni e missili, sviluppo di droni e sistemi anti-drone, miglioramento della mobilità militare, e investimenti in tecnologie di frontiera come l’Intelligenza Artificiale (IA), la computazione quantistica, il settore cibernetico e la protezione delle infrastrutture critiche.
Nonostante l’ambizione del piano, esso ha suscitato un acceso dibattito e sollevato diverse criticità. Preoccupazioni significative riguardano la necessità di una rigorosa supervisione democratica dei processi decisionali e di spesa, il rischio persistente di frammentazione del mercato della difesa europeo nonostante gli incentivi alla cooperazione, e la sostenibilità economica a lungo termine di un tale sforzo finanziario. Vi è inoltre un diffuso scetticismo sulla capacità di tradurre rapidamente le dichiarazioni politiche e gli stanziamenti finanziari in misure pratiche ed efficaci sul terreno.
II. La Strategia Industriale Europea per la Difesa (EDIS) e il Programma Europeo per l’Industria della Difesa (EDIP)
- La Strategia Industriale Europea per la Difesa (EDIS), presentata il 5 marzo 2024, delinea una visione a lungo termine, fino al 2035, per la politica industriale della difesa europea. I suoi obiettivi primari includono la promozione di investimenti più collaborativi e intrinsecamente europei nel settore, il rafforzamento della capacità di risposta e adattamento dell’industria della difesa, e l’integrazione di una “cultura della prontezza” in tutte le politiche rilevanti dell’UE. Un aspetto cruciale che l’EDIS intende affrontare è la significativa quota di spesa degli Stati membri per equipaggiamenti militari provenienti da Paesi extra-UE: tra febbraio 2022 e giugno 2023, tale quota ha raggiunto il 78%, con il 63% di questi acquisti diretti verso gli Stati Uniti.
- A supporto dell’EDIS, è stato proposto il Programma Europeo per l’Industria della Difesa (EDIP), con un budget iniziale di €1.5 miliardi provenienti dal bilancio dell’UE per il periodo 2025-2027. L’EDIP è concepito per implementare misure concrete delineate nell’EDIS, fungendo da ponte tra le misure emergenziali a breve termine, come l’ASAP (Act in Support of Ammunition Production) e l’EDIRPA (European Defence Industry Reinforcement through common Procurement Act), e un approccio più strutturale e a lungo termine alla prontezza industriale della difesa europea. Gli ambiti di intervento prioritari dell’EDIP includono il miglioramento della competitività dell’EDTIB, la garanzia della disponibilità e della fornitura di prodotti per la difesa, e la promozione della cooperazione con l’Ucraina per la ripresa e la modernizzazione della sua industria della difesa. Tuttavia, sono state sollevate perplessità sull’adeguatezza di un budget di €1.5 miliardi per un settore che, a livello europeo, vanta un fatturato annuo stimato in €70 miliardi.
- Il Ruolo della PESCO e del Fondo Europeo per la Difesa (EDF)
- La Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO) rappresenta un’iniziativa legalmente vincolante volta ad approfondire la cooperazione nel settore della difesa tra gli Stati membri partecipanti. Ad oggi, la PESCO ha generato 83 progetti collaborativi, di cui 75 ancora attivi, che spaziano attraverso i cinque domini operativi: terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cibernetico. L’Italia dimostra un impegno significativo in questo quadro, mediante la partecipazione a 30 progetti e l’assunzione del ruolo di coordinatore in 11 di essi. Le aree di intervento prioritarie nell’ambito PESCO includono la difesa aerea e missilistica integrata, la guerra elettronica e le munizioni circuitanti (“loitering munitions”, cioè i c.d. droni suicidi).
- Il Fondo Europeo per la Difesa (EDF), con una dotazione di circa €7.95 miliardi per il periodo 2021-2027, cofinanzia progetti multinazionali di ricerca e sviluppo nel settore della difesa. L’EDF fornisce un importante supporto finanziario ai progetti sviluppati nell’ambito PESCO, creando sinergie tra i due strumenti. Tuttavia, anche l’EDF presenta delle criticità: analisti evidenziano la necessità di una strategia a più lungo termine, un approccio meno orientato al “libero mercato” che potrebbe non favorire i campioni industriali europei, dubbi sull’adeguatezza complessiva della sua dotazione finanziaria e la limitazione del finanziamento a dimostratori tecnologici piuttosto che a prototipi pienamente sviluppati.
Emerge con chiarezza una tendenza verso la “comunitarizzazione” di aspetti della politica di difesa, un ambito tradizionalmente considerato dominio esclusivo della sovranità degli Stati membri. Strumenti come SAFE, che implicano l’emissione di debito comune dell’UE per finanziare la difesa, e l’EDIP, gestito direttamente dalla Commissione Europea, rappresentano un significativo, seppur graduale, spostamento di competenze e leve finanziarie verso le istituzioni di Bruxelles. L’utilizzo dell’articolo 122 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) per l’istituzione di SAFE (che permette di bypassare la procedura legislativa ordinaria e quindi il pieno coinvolgimento del Parlamento Europeo per ragioni di urgenza –una prassi già osservata durante la crisi COVID 19) è indicativo di questa tendenza.
Questo, unitamente alla proposta di istituire i sopra citati “Defence Industrial Readiness Board” ed un “European Military Sales Mechanism”, segnala un tentativo da parte della Commissione di assumere un ruolo più centrale e direttivo nella politica industriale della difesa, andando oltre le tradizionali funzioni di coordinamento. Tale evoluzione potrebbe generare tensioni con gli Stati membri più attenti alla salvaguardia della propria sovranità nazionale in un settore così strategico.
Tabella 1: Panoramica delle Principali Iniziative UE per la Difesa
| Iniziativa | Obiettivi Principali | Meccanismi di Finanziamento Chiave e Strumenti Proposti | Tempistiche Generali |
| “Rearm Europe” Readiness / Readiness 2030 | Mobilitare >€800 mld; Raddoppiare spesa difesa UE; Supporto Ucraina; Deterrenza; Ridurre dipendenza USA; Affrontare minacce lungo termine | Flessibilità fiscale nazionale (€650 mld); Strumento di prestito SAFE (€150 mld); Potenziale riorientamento fondi coesione; Ruolo espanso BEI; Clausola salvaguardia Patto Stabilità; Meccanismo Europeo Vendite Militari | Presentato Marzo 2025; Visione fino al 2030 |
| Strategia Industriale Europea per la Difesa (EDIS) | Investimenti collaborativi e più europei; Rafforzare capacità risposta industria; Integrare “cultura prontezza”; Ridurre acquisti extra-UE | Indirizzare investimenti nazionali e UE; Sinergie con EDF, EDIP, PESCO. Obiettivi: 40% acquisti in cooperazione entro 2030; 50% acquisti da EDTIB entro 2030 (60% entro 2035) | Presentata Marzo 2024; Visione fino al 2035 |
| Programma Europeo per l’Industria della Difesa (EDIP) | Implementare misure EDIS; Competitività EDTIB; Disponibilità prodotti; Cooperazione con Ucraina | €1.5 miliardi dal bilancio UE (2025-2027); Structure for European Armament Programme (SEAP); Estensione logica EDIRPA; Possibile Fondo FAST per PMI | Proposto Marzo 2024; Periodo 2025-2027 |
2. Il settore della Difesa Italiano: posizionamento nazionale e capacità industriali
A. La Politica di Difesa Nazionale e le Priorità di Approvvigionamento (DPP 2024-2027)
Il Documento Programmatico Pluriennale (DPP) per la Difesa per il triennio 2024-2027, trasmesso alle Camere nel settembre 2024, segna un’evoluzione significativa nella postura strategica italiana. Si assiste a un passaggio da una logica prevalentemente orientata al “crisis management” (gestione delle crisi) internazionale alla necessità di prepararsi a scenari di conflitto prolungato e ad alta intensità contro avversari dotati di capacità militari comparabili. Questo cambio di paradigma riflette la presa di coscienza delle mutate condizioni geopolitiche globali.
Le priorità di investimento delineate nel DPP sono focalizzate sull’evoluzione capacitiva interforze, sulla digitalizzazione spinta dello strumento militare e sulla modernizzazione tecnologica in domini considerati cruciali per la sicurezza nazionale: lo spazio, il ciberspazio, il dominio subacqueo e la dimensione cognitiva. Un’attenzione particolare è rivolta allo sviluppo e all’integrazione di sistemi unmanned (senza pilota) in tutti i domini, all’incremento delle scorte di munizionamento e materiali, e al potenziamento delle capacità di proiezione e sostegno logistico delle Forze Armate.
Il bilancio integrato della Difesa per il 2024 è stato calcolato in €32.3 miliardi. Nonostante un trend di crescita generale, l’Italia permane distante dall’obiettivo NATO di destinare il 2% del Prodotto Interno Lordo (PIL) alla difesa, un traguardo che il DPP stesso definisce ora come un “requisito minimo”. Emergono inoltre criticità strutturali, in particolare nel settore “Esercizio” (costi operativi e di mantenimento), che risulta in contrazione, e una carenza di prospettiva finanziaria pluriennale stabile per gli investimenti, considerata inadeguata per programmi di ammodernamento a lungo termine.
La politica industriale della Difesa italiana, come esplicitato anche nella Direttiva del Ministro della Difesa del luglio 2021, mira a tutelare il patrimonio tecnologico e industriale nazionale, anche attraverso l’esercizio degli strumenti di salvaguardia degli assetti strategici (Golden Power), e a garantire l’autonomia strategica nello sviluppo e nell’acquisizione degli equipaggiamenti. Si intende valorizzare il mercato domestico come strumento primario di politica industriale, in un’ottica complementare alla cooperazione internazionale e alle attività di export, e promuovere partenariati pubblico-privato.
Tuttavia, emerge una potenziale discrepanza tra le ambizioni dichiarate nel DPP – preparazione a conflitti ad alta intensità e perseguimento dell’autonomia strategica nazionale – e le risorse finanziarie effettivamente disponibili. Il bilancio della Difesa, pur mostrando una tendenza all’aumento, fatica a raggiungere gli obiettivi NATO e presenta criticità strutturali che ne limitano l’efficacia. Il DPP stesso evidenzia un fabbisogno non ancora coperto nelle previsioni di bilancio del Dicastero pari a €1,179.6 milioni per l’anno 2024.
La Direttiva ministeriale del 2021 riconosce che l’impegno finanziario e temporale necessario per lo sviluppo, la produzione e il supporto di sistemi militari di nuova generazione “sopravanza le capacità economiche dell’Italia e dei principali Paesi europei”. Questa situazione rende la partecipazione ai programmi di cooperazione europei, che spesso richiedono cofinanziamenti nazionali, sia un’opportunità per accedere a risorse aggiuntive e tecnologie avanzate, sia una potenziale sfida finanziaria che potrebbe mettere ulteriormente sotto pressione il bilancio nazionale della difesa. Senza un significativo e strutturale aumento delle risorse destinate alla difesa, l’Italia potrebbe trovarsi nella difficile posizione di dover scegliere tra priorità nazionali e opportunità di cooperazione europea, o di dipendere eccessivamente da meccanismi di prestito come il fondo SAFE per finanziare la propria modernizzazione.
Tabella 2: Priorità di Investimento del DPP Difesa Italia 2024–2027 e Allocazioni Indicative
| Area/Programma di Investimento | Descrizione Priorità (DPP 2024–2027) | Allocazioni Finanziarie Pluriennali/Stimate (ove disponibili) |
| Componente Interforze | Potenziamento Comando e Controllo (C2), completamento SICRAL3, tecnologie emergenti, cyber, forze speciali, poligono Salto di Quirra, ricostituzione scorte munizionamento | Fabbisogno non coperto 2024: €1.179,6M; 2025: €300,0M. Fondo attuazione programmi Difesa (LdB 2020): proposta Difesa per €4,3 Mld su €20,8 Mld totali |
| Componente Terrestre | Acquisizione sistemi “high-end”: piattaforme corazzate, sistemi di ingaggio a precisione e profondità, artiglieria nuova generazione, mobilità tattica, protezione forze, C2 potenziati | – |
| Componente Marittima | Modernizzazione/rinnovo capacità subacquee, pattugliamento aereo marittimo, capacità anti-sommergibile, completamento capacità pattugliamento e contromisure mine, capacità unmanned air e F-35B imbarcati | – |
| Componente Aerospaziale | Partecipazione al Global Combat Air Programme (GCAP), potenziamento flotta Eurofighter F-2000A (+24 velivoli), acquisizione ulteriori F-35A (15) e F-35B (5). Difesa e superiorità aerea, sorveglianza, ricognizione, supporto al suolo, ingaggio di precisione | – |
| Cybersecurity | Rafforzamento capacità Cyber Defence, realizzazione Centro Valutazione sistemi | Fondi PNRR: 2024: €22,68M; 2025: €10,69M; 2026: €6,37M — Totale €39,74M (2024–2026) |
| Digitalizzazione Difesa | Migrazione applicazioni, infrastrutture digitali (PSN) | Fondi PNRR/PNC: PNRR 2024: €10M; 2025: €2,5M. PNC 2024: €60M; 2025: €25M. Dotazione totale PSN: PNRR: €60M (2024), €59M (2025), €31M (2026); PNC: €60M (2024), €25M (2025) |
| Arma dei Carabinieri | Ammodernamento e rinnovamento | Stanziamento previsionale 2024: circa €7.751M (Funzione Sicurezza Territorio). Disponibilità pluriennale (2024–2036) per ammodernamento: €2.681,6M (escluse risorse Interno e MIMIT) |
Nota: Le allocazioni finanziarie sono indicative e basate sulle informazioni disponibili nel DPP e fonti correlate. La frammentarietà di alcuni dati di budget specifici per programma rende complessa una mappatura esaustiva.
B. Panoramica della base industriale e tecnologica della Difesa (BITD) italiana
L’industria italiana della difesa e sicurezza (BITD) costituisce un asset strategico per il Paese, caratterizzato dalla presenza di grandi campioni nazionali e da una fitta rete di Piccole e Medie Imprese (PMI) specializzate.
- Attori Chiave:
Leonardo, Fincantieri, Iveco Defence Vehicles, MBDA Italia e le PMI
Il panorama industriale è dominato da alcuni grandi gruppi che fungono da prime contractor ed integratori di sistemi complessi.
Leonardo S.p.A. è il principale attore, con un fatturato consolidato che nel recente passato ha toccato i €13 miliardi ed una forte crescita delle esportazioni (+43%), specialmente verso mercati come Qatar e Kuwait. L’azienda opera in settori cruciali quali l’aerospazio, i sistemi terrestri, l’elettronica per la difesa, la sensoristica avanzata e la cybersecurity.
Fincantieri, leader mondiale nella cantieristica navale, ha una significativa divisione militare che genera un fatturato di circa €2 miliardi di euro, fornendo unità navali di superficie e sottomarine alla Marina Militare Italiana ed a clienti internazionali.
Iveco Defence Vehicles (IDV) è specializzata nella produzione di veicoli blindati e multiruolo per applicazioni militari e di protezione civile.
MBDA Italia, parte del consorzio europeo MBDA, è un attore fondamentale nel settore missilistico, con capacità di sviluppo e produzione di sistemi d’arma avanzati.
Complessivamente, Leonardo e Fincantieri da sole rappresentano circa il 14% del fatturato dell’intero settore della difesa europeo.
Accanto a questi colossi, opera una vasta e diversificata filiera di Piccole e Medie Imprese (PMI). A livello europeo, si stima che oltre 2000 PMI siano attive nell’EDTIB. Queste aziende forniscono componenti specializzati, sottosistemi, tecnologie innovative e servizi, giocando un ruolo insostituibile nella catena del valore. Tuttavia, le PMI affrontano spesso sfide significative nell’accesso ai finanziamenti, sia pubblici che privati, e nella partecipazione ai grandi programmi di cooperazione internazionale, a causa della loro scala dimensionale e della complessità burocratica.
Le strategie di collaborazione e le joint venture (JV) sono sempre più diffuse per condividere rischi e costi, accedere a nuovi mercati e tecnologie. Esempi rilevanti includono la JV tra Leonardo e la tedesca Rheinmetall per lo sviluppo e la produzione di carri armati di nuova generazione e veicoli da combattimento per la fanteria , un accordo tra Leonardo e la turca Baykar per lo sviluppo di droni militari, il manifestato interesse di Fincantieri per l’acquisizione della divisione sottomarini della tedesca ThyssenKrupp Marine Systems (TKMS) , e la recente partnership tra Iveco Defence Vehicles e la greca METLEN per la modernizzazione della flotta di veicoli militari ellenici.
Storicamente, l’Italia si è posizionata tra i principali produttori mondiali di sistemi d’arma complessi, collocandosi al settimo posto a livello globale e al quarto in Europa in periodi passati.
- AIAD e Agenzia Industrie Difesa: ruoli e contributi
- L’AIAD (Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza) è l’associazione di categoria, membro di Confindustria, che rappresenta gli interessi dell’industria nazionale del settore. Conta circa 229 aziende associate, sia grandi gruppi che PMI. L’AIAD svolge un ruolo cruciale di rappresentanza istituzionale, monitoraggio delle iniziative legislative e dei programmi a livello nazionale ed europeo (disponendo di un ufficio a Bruxelles), e di coordinamento con il Segretariato Generale della Difesa/Direzione Nazionale degli Armamenti. Recentemente, l’AIAD ha espresso posizioni critiche nei confronti di Francia e Germania, accusandole di porre ostacoli a una reale e è più equa integrazione della difesa europea.
- L’Agenzia Industrie Difesa (AID) è un ente di diritto pubblico vigilato dal Ministero della Difesa, con il compito di gestire le unità produttive e le attività industriali del dicastero secondo criteri di economicità e approccio commerciale. L’AID opera attraverso diverse Business Unit specializzate (esplosivi e munizionamento, attività navali, valorizzazione mezzi terrestri ed aerei, istituto chimico-farmaceutico militare, dematerializzazione). Gli obiettivi dell’Agenzia includono la valorizzazione degli asset produttivi della Difesa, l’espansione su nuovi mercati, la formazione di partnership industriali, la fornitura di beni e servizi alle Forze Armate e ad altre pubbliche amministrazioni, e la generazione di valore economico e sociale per lo Stato.
- Punti di Forza Tecnologici e Focus R&S (Spazio, Cyber, IA, Subacqueo, ecc.)
L’Italia vanta consolidate aree di eccellenza tecnologica e capacità industriali in settori strategici per la difesa e la sicurezza nazionale, il cui mantenimento e sviluppo sono considerati cruciali per la sovranità tecnologica del Paese. Il Ministero della Difesa, attraverso il Segretariato Generale della Difesa/Direzione Nazionale degli Armamenti (SGD/DNA), orienta la ricerca tecnologica verso il conseguimento degli obiettivi di sviluppo capacitivo delle Forze Armate.
Le priorità di Ricerca e Sviluppo (R&S) identificate dal Ministero della Difesa includono un ampio spettro di tecnologie avanzate:
- Dominio Spaziale e Aerospaziale: sviluppo di capacità satellitari, osservazione della Terra, comunicazioni sicure, sistemi di navigazione e posizionamento.
- Dominio Cibernetico: potenziamento delle capacità di cyber defence e cyber intelligence, sviluppo di strumenti per operazioni cibernetiche, protezione delle infrastrutture critiche.
- Intelligenza Artificiale (IA) e Sistemi Autonomi: applicazioni dell’IA per l’analisi dei dati, il supporto decisionale, la situation awareness, sviluppo di piattaforme unmanned (aeree, terrestri, navali, sottomarine) e sistemi autonomi.
- Dominio Subacqueo: tecnologie per la sorveglianza e il controllo dei fondali marini, sistemi anti-submarine warfare (ASW), veicoli sottomarini autonomi (AUV), protezione delle infrastrutture sottomarine.
- Biotecnologie e Materiali Avanzati (Smart Materials): sviluppo di nuovi materiali per la protezione balistica e ambientale, sensoristica avanzata, tecnologie per il potenziamento del soldato (soldier empowerment), protezione da minacce Chimiche, Biologiche, Radiologiche e Nucleari (CBRN).
- Altre Aree: tecnologie per l’urban warfare, energie sostenibili e resilienza energetica per applicazioni militari, contrasto alle minacce emergenti.
Queste priorità si concretizzano attraverso strumenti come il Piano Nazionale della Ricerca Militare (PNRM) e progetti specifici condotti presso i Centri di Sperimentazione e Validazione della Difesa. Un’enfasi crescente è posta sulle Tecnologie Emergenti e Dirompenti (EDTs) e sul loro potenziale impatto dual-use, ovvero con applicazioni sia civili che militari, cercando sinergie tra ricerca civile e militare.
Il dominio subacqueo, in particolare, sta emergendo come un’area di crescente importanza strategica ed economica, non solo per la difesa ma anche per lo sfruttamento delle risorse e la protezione delle infrastrutture critiche come cavi di comunicazione e gasdotti. La forte spinta di Fincantieri in questo settore, con una visione strategica che mira a raddoppiare il fatturato della divisione underwater entro il 2027 e a consolidare diverse competenze interne (come quelle di WASS, IDS e Remazel), unita alla priorità assegnata a questo dominio a livello nazionale dal DPP, posiziona l’Italia in modo particolarmente favorevole. Il Paese ha il potenziale per assumere un ruolo di leadership nello sviluppo di programmi e tecnologie subacquee avanzate a livello europeo, soprattutto se queste iniziative saranno supportate da adeguati finanziamenti provenienti da strumenti come “Rearm Europe” o l’EDF. Se l’Italia riuscirà a presentare progetti subacquei innovativi e collaborativi, coinvolgendo la propria filiera industriale, potrebbe attrarre significativi investimenti europei e consolidare una nicchia di eccellenza tecnologica di primario rilievo per l’autonomia strategica del continente.
Nonostante le riconosciute eccellenze tecnologiche in specifici settori, l’Italia, al pari di altri Paesi membri dell’UE, si confronta con una significativa carenza di competenze specializzate (skills shortage) e con la difficoltà di attrarre e trattenere talenti nel comparto della difesa e dell’alta tecnologia. Questa problematica, evidenziata anche nel Rapporto Draghi a livello europeo, e implicitamente riconosciuta dalla Direttiva per la politica industriale della Difesa che sottolinea l’importanza di “mantenere il vantaggio tecnologico”, rappresenta un collo di bottiglia critico. Senza un adeguato capitale umano –ingegneri, tecnici specializzati, ricercatori– gli ingenti investimenti in R&S e in capacità produttiva, sia nazionali che europei, rischiano di non produrre i risultati sperati e di non permettere di capitalizzare appieno le opportunità offerte dal piano “Rearm Europe”. Diventa quindi imperativo per l’Italia affiancare agli investimenti materiali una strategia robusta e a lungo termine per la formazione, l’attrazione e la ritenzione di personale qualificato, sfruttando eventualmente anche programmi e iniziative europee dedicate allo sviluppo delle competenze.
III. “Rearm Europe” e integrazione europea: vantaggi per l’industria della Difesa italiana
Il piano “Rearm Europe” e le connesse iniziative di integrazione della Difesa europea offrono una serie di potenziali vantaggi significativi per la nostra industria della Difesa, che spaziano da maggiori opportunità di finanziamento allo stimolo per imprese collaborative, da un migliore accesso al mercato a una spinta per lo sviluppo tecnologico.
- Maggiori opportunità di finanziamento ed investimento (SAFE, EDIP, EDF)
Una delle principali attrattive delle nuove iniziative europee risiede nell’accesso a cospicui flussi di finanziamento. Come indicato Supra, il fondo SAFE (Security and Action for Europe), con una dotazione prevista di €150 miliardi, è destinato a sostenere acquisti congiunti di sistemi d’arma e tecnologie strategiche da parte degli Stati membri. Le condizioni di eligibilità per SAFE prevedono generalmente progetti che coinvolgano almeno due Paesi, di cui uno membro dell’UE e l’altro appartenente all’UE, all’EFTA (Associazione Europea di Libero Scambio) o l’Ucraina, con la possibilità di una partecipazione parziale anche per altri partner fidati, previa negoziazione di accordi specifici.
Parimenti, il Programma Europeo per l’Industria della Difesa (EDIP), con il suo budget iniziale di €1.5 miliardi per il periodo 2025-2027, mira a fornire un sostegno finanziario diretto per rafforzare la competitività della Base Industriale e Tecnologica della Difesa Europea (EDTIB) e promuovere la cooperazione industriale. A questo si aggiunge il continuo supporto fornito dal Fondo Europeo per la Difesa (EDF), che cofinanzia progetti di ricerca e sviluppo collaborativi, inclusi quelli che emergono nell’ambito della PESCO. È da notare che i progetti PESCO possono beneficiare di un bonus nei tassi di finanziamento dell’EDF, incentivando ulteriormente la partecipazione a tale quadro di cooperazione.
Inoltre, si prospetta una maggiore mobilitazione di capitale privato a favore del settore della difesa. Ciò potrebbe avvenire attraverso una revisione della “Sustainable Finance Disclosure Regulation” (SFDR), che attualmente pone alcune limitazioni agli investimenti considerati “non sostenibili” (tra cui, per alcuni investitori, quelli nel settore bellico), ed un ruolo più attivo e possibilmente meno restrittivo della Banca Europea per gli Investimenti (BEI) nel finanziare progetti legati alla difesa e alla sicurezza.
L’accesso a queste diverse fonti di finanziamento rappresenta indubbiamente un’opportunità significativa per l’industria italiana. Tuttavia, è cruciale comprendere che tali fondi non saranno distribuiti indiscriminatamente. Sarà necessario che le aziende italiane, inclusi i grandi gruppi e le PMI, dimostrino la capacità di sviluppare progetti altamente competitivi, innovativi e, soprattutto, collaborativi, che si allineino strettamente con le priorità strategiche definite a livello europeo. La “corsa ai fondi” sarà prevedibilmente intensa, e richiederà non solo eccellenza tecnologica e industriale, ma anche una spiccata capacità di formare consorzi internazionali, identificare partner strategici in altri Stati membri e presentare proposte progettuali solide che evidenzino un chiaro valore aggiunto europeo e un contributo tangibile alle capacità prioritarie dell’UE, come quelle delineate nel piano “Rearm Europe“. In questo contesto, anche l’abilità nel navigare le complesse procedure burocratiche di Bruxelles e nel condurre un’efficace attività di rappresentanza degli interessi nazionali e industriali assume un’importanza non secondaria.
- Stimolo ad “imprese collaborative” e programmi congiunti
Un obiettivo centrale delle strategie EDIS ed EDIP è quello di promuovere gli acquisti congiunti e di superare la cronica frammentazione che caratterizza il mercato europeo della difesa. L’EDIS, al riguardo, si prefigge l’ambizioso traguardo di portare la quota di equipaggiamento militare acquisito in cooperazione tra Stati membri almeno al 40% entro il 2030, rispetto al modesto 18% attuale.
Per facilitare questa transizione verso una maggiore collaborazione, sono stati appunto proposti strumenti specifici come lo SEAP (Structure for European Armament Programme). Lo SEAP è un nuovo quadro giuridico, su base volontaria, pensato per facilitare e intensificare la cooperazione tra Stati membri lungo l’intero ciclo di vita degli equipaggiamenti militari, dalla ricerca e sviluppo fino alla manutenzione e al successivo smaltimento.
La PESCO, d’altro canto, offre già un framework consolidato per l’avvio e la gestione di progetti collaborativi, un ambito in cui l’Italia ha dimostrato un attivismo significativo, partecipando a numerosi progetti e coordinandone diversi.
Le numerose collaborazioni industriali già in corso che vedono protagoniste aziende italiane (come la citata joint venture tra Leonardo e “Rheinmetall” nel settore terrestre, la storica cooperazione tra Fincantieri e la francese “Naval Group” per le fregate FREMM, o la più recente partnership tra Iveco Defence Vehicles e la greca “METLEN”) possono fungere da modello e da base di partenza per iniziative future, potenzialmente rafforzate e ampliate grazie ai nuovi strumenti e finanziamenti europei.
La spinta verso programmi congiunti e una maggiore integrazione industriale a livello europeo potrebbe, e dovrebbe, portare da una progressiva e più razionale specializzazione delle industrie della difesa nazionali. La frammentazione attuale, come evidenziato da più parti, conduce a duplicazioni inefficienti e a una dispersione di risorse. I programmi congiunti, al contrario, mirano a realizzare economie di scala e a ottimizzare gli investimenti. In questo scenario, per l’Italia diviene strategicamente imperativo identificare con chiarezza le proprie nicchie di eccellenza tecnologica e le capacità industriali distintive su cui puntare per diventare un partner indispensabile all’interno dei grandi consorzi europei, piuttosto che tentare di mantenere una presenza, magari marginale, in ogni possibile segmento produttivo. Ciò significa concentrare gli sforzi e gli investimenti sui propri “gioielli della corona” tecnologici –si pensi al settore subacqueo in forte crescita, all’elettronica avanzata per la difesa, a specifici segmenti dell’aerospazio e della sensoristica– con l’obiettivo di renderli leader a livello continentale. In tal modo, l’industria italiana potrebbe ambire a ruoli di prime contractor o di fornitore chiave di sottosistemi critici all’interno dei principali programmi europei, massimizzando il ritorno industriale e tecnologico, anziché rischiare di essere un partecipante minore e frammentato in una miriade di iniziative.
- Miglioramento dell’accesso al mercato e “Preferenza Europea”
Le iniziative europee mirano anche a facilitare l’accesso delle aziende al mercato unico della difesa, ancora oggi frammentato da barriere nazionali. L’introduzione di un “trial European military sales mechanism“, un meccanismo sperimentale per le vendite militari europee, e l’obiettivo dell’EDIS di incrementare significativamente la quota degli scambi di prodotti per la difesa all’interno dell’UE (portandola al 35% del valore del mercato entro il 2030) potrebbero aprire nuovi canali commerciali e opportunità per le aziende italiane.
Un elemento potenzialmente dirompente è la discussione attorno a una “Preferenza Europea” negli appalti pubblici della Difesa. Se implementata, tale preferenza potrebbe favorire i produttori dell’Unione Europea rispetto a quelli di Paesi terzi, offrendo un vantaggio competitivo alle aziende italiane che operano all’interno del mercato UE. Parallelamente, gli sforzi per una maggiore semplificazione normativa e per la standardizzazione dei requisiti e delle certificazioni a livello europeo potrebbero contribuire a ridurre le barriere all’ingresso per le imprese italiane negli altri mercati nazionali dell’Unione, specialmente per le PMI.
La “Preferenza Europea”, se attuata in modo efficace e trasparente, potrebbe rappresentare un notevole vantaggio competitivo per l’industria continentale, inclusa quella italiana. Tuttavia, sussiste il rischio concreto che tale principio, pur nobile nelle intenzioni, venga interpretato o applicato in maniera distorta, finendo per favorire le industrie dei Paesi membri più grandi o con maggiore influenza politica e potere negoziale a Bruxelles. Ciò potrebbe avvenire a scapito di una concorrenza realmente equa e basata sul merito, penalizzando potenzialmente le aziende di Paesi come l’Italia, e in particolare le Piccole e Medie Imprese che potrebbero faticare a navigare complessi meccanismi di preferenza. L’obiettivo dichiarato dell’EDIS è chiaro: incrementare gli acquisti di prodotti e sistemi europei. Ciononostante, la storia della politica industriale dell’UE insegna che gli interessi nazionali, soprattutto quelli dei grandi Stati membri, giocano un ruolo preponderante nelle dinamiche decisionali. È quindi fondamentale che l’Italia, attraverso i suoi rappresentanti istituzionali e industriali, vigili attentamente affinché la “Preferenza Europea” non si traduca in una preferenza di fatto per i “soliti noti” o per specifici poli industriali nazionali, ma apra realmente e in modo trasparente il mercato della difesa, basandosi su criteri oggettivi di capacità tecnologica, competitività e valore aggiunto per la sicurezza europea.
- Promozione dello sviluppo tecnologico e dell’autonomia strategica per le “Nicchie Italiane”
I cospicui finanziamenti previsti dall’UE, in particolare attraverso l’EDF e l’EDIP, sono fortemente orientati verso lo sviluppo di tecnologie strategiche, innovative e talvolta dirompenti, considerate cruciali per la futura autonomia strategica europea. Questo orientamento offre all’Italia l’opportunità di consolidare e sviluppare ulteriormente le proprie aree di eccellenza tecnologica e industriale. Settori come l’aerospazio (inclusa la componentistica satellitare e i sistemi di lancio), la navalmeccanica avanzata (con un focus crescente sul dominio sottomarino e sui sistemi unmanned navali), l’elettronica per la difesa (radar, sensori, sistemi di comunicazione e guerra elettronica), il settore cibernetico, l’intelligenza artificiale applicata alla difesa e il comparto spaziale rappresentano ambiti in cui l’Italia possiede competenze distintive e una solida base industriale. La partecipazione a programmi collaborativi europei può inoltre facilitare il trasferimento tecnologico, l’acquisizione di know-how complementare da partner internazionali e l’accesso a reti di ricerca e innovazione più ampie, accelerando così il ciclo di sviluppo di nuove capacità.
L’allineamento strategico tra le priorità di R&S definite a livello nazionale dall’Italia e le aree di intervento prioritarie identificate dai piani europei come “Rearm Europe” e dai bandi dell’EDF emerge come una condizione necessaria per massimizzare i benefici derivanti dalla partecipazione italiana. Un’analisi comparata mostra una buona sovrapposizione: le priorità indicate nel Documento Programmatico Pluriennale della Difesa italiano e i settori di ricerca e innovazione su cui si concentra il Ministero della Difesa (come l’intelligenza artificiale, la cibernetica, lo spazio, i sistemi unmanned e il settore navale) sono ampiamente riflesse nelle aree indicate come cruciali a livello UE.
Questa convergenza suggerisce che l’Italia dispone già di una solida base di partenza, sia in termini di competenze che di indirizzo strategico, per proporre e partecipare attivamente a progetti europei di rilievo. Tale posizionamento aumenta le possibilità per l’industria nazionale di ottenere finanziamenti comunitari e di contribuire in modo significativo allo sviluppo di capacità di difesa europee all’avanguardia, rafforzando al contempo la propria competitività e innovazione.
- Navigare le complessità: le difficoltà per l’industria italiana della Difesa
Nonostante le significative opportunità, il percorso verso una maggiore integrazione della difesa europea e l’attuazione del piano “Rearm Europe” presentano diverse difficoltà e sfide per l’industria della difesa italiana. Queste complessità richiedono un’attenta valutazione e strategie mirate per essere superate.
- Ostacoli Finanziari (adeguatezza dei Fondi UE, co-finanziamento nazionale e accesso per le PMI):
una prima criticità riguarda l’adeguatezza complessiva dei fondi messi a disposizione dall’UE rispetto alle ambizioni dichiarate e alle reali necessità del settore. Il budget di €1.5 miliardi dell’EDIP, ad esempio, è stato da più parti giudicato limitato se confrontato con il volume d’affari e le esigenze di investimento di un’industria della difesa europea che vale decine di miliardi.
Inoltre, la maggior parte dei programmi di cooperazione europea, inclusi quelli finanziati dall’EDF e dall’EDIP, richiede un significativo cofinanziamento da parte degli Stati membri partecipanti. Questo onere aggiuntivo può mettere sotto forte pressione il bilancio della difesa italiano, che, come già evidenziato, è strutturalmente teso e fatica a raggiungere gli obiettivi di spesa concordati in ambito NATO. La necessità di destinare risorse nazionali al cofinanziamento di progetti europei potrebbe portare a difficili scelte di priorità, potenzialmente a scapito di programmi puramente nazionali o di altre esigenze delle Forze Armate.
Un’altra sfida rilevante concerne l’accesso ai finanziamenti, sia europei che privati, da parte delle Piccole e Medie Imprese (PMI). Le PMI, pur costituendo la spina dorsale della filiera industriale in molti settori, incontrano spesso ostacoli significativi a causa della complessità delle procedure di candidatura ai bandi europei, dei requisiti di scala e capacità gestionale richiesti per partecipare a grandi programmi multinazionali, e di una generale percezione di maggiore rischio da parte degli investitori privati quando si tratta di finanziare aziende di minori dimensioni nel settore difesa. A ciò si aggiungono le preoccupazioni di natura etica, sollevate ad esempio da Banca Etica, riguardo alla “finanziarizzazione della guerra” e all’indirizzamento di risparmi privati verso l’industria bellica, che potrebbero ulteriormente complicare l’accesso al credito per alcune realtà industriali.
La questione del cofinanziamento nazionale non è meramente un problema di bilancio, ma riflette una sfida politica più profonda e complessa. Essa tocca la volontà politica degli Stati membri di allocare risorse nazionali, spesso scarse, a progetti che, sebbene di valenza europea e potenzialmente portatori di benefici tecnologici e industriali, potrebbero non essere percepiti come priorità nazionali assolute o potrebbero implicare una condivisione di sovranità industriale e decisionale. Ogni euro destinato al cofinanziamento di un’iniziativa europea è, inevitabilmente, un euro sottratto a programmi di investimento puramente nazionali o ad altre voci del bilancio statale. In un contesto di risorse per la difesa già limitate, i governi si trovano a dover compiere scelte strategiche ardue. La decisione di cofinanziare un progetto PESCO o un’iniziativa dell’EDF implica una valutazione complessa del ritorno strategico, industriale e tecnologico per il Paese, che va ben oltre il semplice accesso ai fondi comunitari. Questo processo decisionale richiede una visione strategica nazionale chiara, una solida capacità di analisi costi-benefici e un efficace coordinamento interministeriale per garantire che la partecipazione ai programmi europei sia realmente vantaggiosa per l’interesse nazionale nel suo complesso.
- Struttura Industriale: frammentazione vs. consolidamento – Ruolo dei “Campioni Nazionali”:
come accennato Supra, l’industria della Difesa europea, inclusa quella italiana, è storicamente caratterizzata da un elevato grado di frammentazione, con una pletora di attori nazionali che spesso competono tra loro piuttosto che cooperare. Se da un lato vi è un consenso crescente sulla necessità di un maggiore consolidamento per poter competere efficacemente a livello globale con colossi come quelli statunitensi e per realizzare economie di scala, dall’altro persistono forti resistenze. Queste sono alimentate dalla difesa degli interessi industriali nazionali, da considerazioni legate alla sovranità e all’autonomia strategica di ciascun Paese, e da timori per gli impatti sulla concorrenza interna e sull’occupazione.
Esiste il rischio concreto che eventuali processi di consolidamento a livello europeo possano favorire principalmente i grandi attori industriali di Paesi come Francia e Germania, che dispongono di maggiori risorse e di un più forte sostegno politico, portando a una potenziale marginalizzazione delle industrie di altri Stati membri o delle PMI.
Il dibattito è aperto sul ruolo che i cosiddetti “campioni nazionali” dovrebbero giocare in questo scenario: se debbano essere ulteriormente rafforzati per competere da protagonisti nell’arena europea, o se si debba invece promuovere un approccio più orientato al mercato e alla concorrenza aperta a livello UE, che potrebbe avvantaggiare attori più piccoli e innovativi ma anche esporre i grandi gruppi a una maggiore pressione competitiva.
L’Italia si trova di fronte a un dilemma strategico cruciale: se spingere attivamente per un consolidamento industriale che ruoti attorno ai propri campioni nazionali, come Leonardo e Fincantieri, al fine di renderli più competitivi e capaci di guidare consorzi a livello europeo, oppure se favorire un mercato più aperto e frammentato che, pur potendo beneficiare le PMI innovative della filiera, rischierebbe di esporre i grandi gruppi nazionali a una concorrenza interna all’UE ancora più agguerrita.
Il Rapporto Draghi e la strategia EDIS spingono chiaramente verso un superamento della frammentazione. Le recenti iniziative di joint venture intraprese da Leonardo e le mire espansionistiche di Fincantieri nel settore dei sottomarini indicano una tendenza verso forme di consolidamento e cooperazione rafforzata. Tuttavia, un processo di consolidamento guidato esclusivamente dai “grandi” attori potrebbe soffocare l’innovazione proveniente dalle PMI e ridurre la diversità dell’ecosistema industriale. L’Italia deve quindi cercare un equilibrio delicato, magari promuovendo la creazione di consorzi e filiere guidate dai propri campioni nazionali, ma che integrino attivamente e valorizzino le competenze specifiche e l’agilità innovativa delle numerose PMI che costituiscono il tessuto connettivo della sua base industriale della difesa.
- Barriere Normative e di Standardizzazione:
la piena realizzazione di un mercato unico europeo della difesa e l’efficacia dei programmi di cooperazione sono ostacolate dalla persistente mancanza di armonizzazione degli standard tecnici, dei requisiti operativi e delle procedure di certificazione a livello UE. Questa eterogeneità non solo complica l’interoperabilità tra le forze armate dei diversi Stati membri, ma aumenta anche i costi e i tempi di sviluppo e produzione, vanificando in parte i potenziali benefici degli acquisti congiunti.
La complessità delle normative europee sugli appalti nel settore della difesa (in particolare la Direttiva 2009/81/CE) e sui trasferimenti intracomunitari di prodotti e tecnologie per la difesa continua a rappresentare un onere significativo, specialmente per le PMI che dispongono di minori risorse legali e amministrative per navigare tali complessità. Vi è una chiara necessità, riconosciuta da più parti, di semplificare le regole di accesso ai fondi europei e di snellire le procedure burocratiche.
La mancanza di standard comuni e di procedure di certificazione unificate a livello europeo non è soltanto un problema di natura tecnica, ma costituisce un freno concreto e significativo alla cooperazione industriale e all’efficienza del mercato. Ogni Stato membro che richiede adattamenti specifici o certificazioni nazionali aggiuntive per un sistema d’arma acquistato in comune contribuisce ad aumentare i costi complessivi, a dilatarne i tempi di consegna e, in ultima analisi, a ridurre i benefici derivanti dalle economie di scala e dalla standardizzazione. Se, ad esempio, dieci Paesi acquistano congiuntamente lo stesso tipo di veicolo blindato, ma ciascuno impone varianti e requisiti nazionali unici, gran parte del vantaggio dell’acquisto aggregato viene eroso.
La standardizzazione, possibilmente facendo riferimento anche agli standard NATO già esistenti e ampiamente adottati, è essenziale per migliorare l’efficienza della spesa, garantire l’interoperabilità sul campo e facilitare la logistica e la manutenzione. L’Italia dovrebbe assumere una posizione proattiva in seno all’UE per spingere verso l’adozione di standard europei comuni e il mutuo riconoscimento delle certificazioni, anche se ciò dovesse comportare la rinuncia a qualche personalizzazione specifica a livello nazionale. I benefici a lungo termine in termini di riduzione dei costi, maggiore interoperabilità e rafforzamento del mercato unico europeo della difesa potrebbero ampiamente compensare tali rinunce.
- Pressioni competitive e rischi di dipendenza:
l’industria della difesa italiana, come quella europea nel suo complesso, opera in un mercato globale altamente competitivo. La pressione proviene non solo dai tradizionali colossi statunitensi, che continuano a dominare molti segmenti ad alta tecnologia , ma anche da attori emergenti come la Corea del Sud e la Turchia, che stanno guadagnando quote di mercato significative, specialmente in alcuni settori come i sistemi terrestri e i droni.
Nonostante gli sforzi e gli obiettivi dichiarati di promuovere il “Buy European” e di rafforzare l’autonomia strategica del continente, esiste il rischio concreto che la dipendenza da tecnologie, componenti e fornitori extra-UE persista in settori chiave. L’Europa, ad esempio, non produce autonomamente alcune categorie di sistemi d’arma considerati critici, come i caccia da combattimento di quinta generazione o alcune tipologie di velivoli a pilotaggio remoto (UAV) a lunga autonomia e alte prestazioni.
Inoltre, le politiche nazionali in materia di controllo delle esportazioni di armamenti e le diverse interpretazioni delle normative comuni possono complicare la partecipazione delle aziende italiane a programmi di cooperazione internazionale e limitare il loro accesso a mercati terzi al di fuori dell’UE, riducendone la competitività globale.
La spinta verso una maggiore autonomia strategica europea e il principio del “Buy European” si scontrano inevitabilmente con la realtà geopolitica e tecnologica attuale, che vede una persistente, e in alcuni settori crescente, superiorità tecnologica degli Stati Uniti, nonché consolidate relazioni transatlantiche nel campo della difesa e della sicurezza. L’Italia, come molti altri Paesi europei, si trova a dover bilanciare attentamente la partecipazione a programmi di sviluppo e produzione europei con la necessità, spesso impellente, di acquisire le migliori capacità militari disponibili sul mercato globale per garantire la sicurezza delle proprie Forze Armate e l’interoperabilità all’interno dell’Alleanza Atlantica. Il Documento Programmatico Pluriennale italiano, ad esempio, continua a prevedere investimenti significativi nel programma F-35 di produzione statunitense. Allo stesso tempo, la strategia EDIS si pone l’obiettivo di raggiungere una quota del 60% di approvvigionamenti da fonti EDTIB entro il 2035. Questa dicotomia crea una tensione intrinseca. Se da un lato l’industria italiana potrebbe beneficiare di una “preferenza europea” negli appalti, dall’altro le Forze Armate italiane potrebbero continuare a necessitare di sistemi d’arma e tecnologie statunitensi per ragioni di interoperabilità NATO, per colmare gap capacitivi non coperti da offerte europee competitive, o per accedere a tecnologie di punta.
Una politica di approvvigionamento pragmatica, che potrebbe essere sintetizzata come “European first, but not exclusively European“, potrebbe quindi rivelarsi la scelta più realistica e strategicamente oculata per l’Italia nel medio termine.
- Bilanciare gli interessi nazionali con l’integrazione della Difesa europea:
la sfida forse più complessa e politicamente sensibile è quella di conciliare la salvaguardia della sovranità nazionale in ambiti tradizionalmente gelosamente custoditi come la difesa e la politica industriale, con gli obiettivi di maggiore integrazione e gli impegni assunti a livello europeo. Esiste il rischio che le iniziative promosse da Bruxelles siano percepite da alcuni Stati membri, o da settori dell’opinione pubblica e dell’industria, come un’imposizione esterna o che non tengano sufficientemente conto delle specificità, delle priorità e degli interessi industriali nazionali.
Per navigare efficacemente questo complesso scenario, è indispensabile un forte e convinto impegno politico a livello nazionale, unitamente a un efficace coordinamento interministeriale (tra Difesa, Imprese e Made in Italy, Esteri, Economia e Finanze) per definire e perseguire una strategia italiana chiara, coerente e di lungo periodo nei confronti dell’Europa della Difesa.
Il successo dell’integrazione europea nel settore della difesa, e di conseguenza la massimizzazione dei benefici che l’Italia può trarne, dipenderà in ultima analisi dalla reale volontà politica degli Stati membri di cedere una porzione, seppur limitata, della propria sovranità decisionale e industriale in nome di un bene comune europeo superiore. Questo è un processo intrinsecamente politico, che richiede negoziati complessi e che è potenzialmente generatore di conflitti di interesse e di visione tra i Ventisette.
Le critiche espresse dall’AIAD nei confronti di Francia e Germania, accusate di perseguire primariamente i propri interessi nazionali a scapito di una vera difesa europea, o le diffuse perplessità sulla reale volontà di alcuni attori di superare i tradizionali nazionalismi industriali, indicano che il percorso verso una maggiore integrazione è tutt’altro che agevole e scontato. Il piano “Rearm Europe” fornisce ingenti risorse finanziarie, e l’EDIS delinea una visione strategica, ma senza un genuino e profondo “buy-in” politico a livello nazionale da parte di tutti gli Stati membri, che vada oltre la retorica di circostanza, l’impatto di queste iniziative rischia di essere subottimale e di non realizzare appieno le ambizioni dichiarate. In questo contesto, l’Italia non può permettersi un ruolo passivo o puramente reattivo; deve invece porsi come attore propositivo e costruttivo nel dibattito europeo, contribuendo a plasmare le future politiche di difesa e sicurezza in modo da tutelare i propri interessi strategici e industriali, promuovendo al contempo una maggiore coesione ed efficacia a livello continentale.
Tabella 3: Analisi SWOT per l’Industria della Difesa Italiana nel Contesto di “Rearm Europe”
| Categoria | Elementi Chiave |
| Punti di Forza (Strengths) | – Eccellenze tecnologiche consolidate (aerospazio, navale, elettronica, missilistica, subacqueo). – Presenza di campioni nazionali (Leonardo, Fincantieri, MBDA Italia, Iveco DV) con forte proiezione internazionale e capacità di integrazione di sistemi complessi. – Filiera di PMI altamente specializzate e innovative, capaci di fornire componentistica e sottosistemi di alta qualità. – Significativa esperienza pregressa in programmi di cooperazione internazionale (es. PESCO, FREMM, Eurofighter, NH90). – Forte legame tra industria e Forze Armate nazionali, che agiscono da cliente di lancio e validatore di tecnologie. |
| Debolezze (Weaknesses) | – Persistente frammentazione del tessuto industriale nazionale, specialmente a livello di PMI, con limitata capacità di fare sistema. – Risorse di bilancio per la difesa storicamente inferiori rispetto ad altri partner europei, con conseguenti difficoltà nel cofinanziamento di grandi programmi e negli investimenti in R&S nazionale. – Carenza di competenze specializzate (skills shortage) in alcuni settori tecnologici avanzati e difficoltà nel trattenere i talenti. – Complessità burocratica e amministrativa a livello nazionale che può rallentare i processi decisionali e di investimento. – Limitata capacità di alcune PMI di accedere autonomamente ai mercati internazionali e ai programmi europei complessi. |
| Opportunità (Opportunities) | – Accesso a ingenti finanziamenti europei dedicati alla difesa (SAFE, EDIP, EDF) per R&S, sviluppo capacitivo e acquisti congiunti. – Partecipazione a grandi programmi collaborativi europei per lo sviluppo di capacità di nuova generazione (es. GCAP, sistemi unmanned, difesa aerea integrata). – Espansione delle quote di mercato all’interno dell’UE grazie a una potenziale “Preferenza Europea” e a una maggiore standardizzazione dei requisiti. – Stimolo all’innovazione tecnologica e alla specializzazione in settori strategici (IA, cyber, spazio, subacqueo, materiali avanzati) con potenziale dual-use. – Possibilità di rafforzare le filiere produttive nazionali attraverso la partecipazione a catene del valore europee. |
| Minacce (Threats) | – Forte concorrenza da parte delle industrie della difesa di altri Stati membri UE (in particolare Francia e Germania) e di attori extra-UE (USA, Corea del Sud, Turchia). – Rischio di marginalizzazione dell’industria italiana all’interno di grandi consorzi europei dominati da altri Paesi o da specifici interessi industriali. – Oneri di cofinanziamento nazionale per i programmi UE che potrebbero rivelarsi insostenibili per il bilancio della difesa italiano. – Persistenza di barriere non tariffarie, mancata armonizzazione degli standard e delle normative a livello UE che potrebbero vanificare i benefici del mercato unico. – Instabilità politica e cambiamenti di priorità strategiche a livello UE o nazionale che potrebbero compromettere la continuità dei programmi e dei finanziamenti. – Rischio di “fuga dei cervelli” verso Paesi o aziende con maggiori capacità di investimento e remunerazione. |
CONCLUSIONI
Per capitalizzare le opportunità offerte dal nuovo contesto europeo della Difesa e mitigare i rischi associati, Noi EUROPEISTI formuliamo le seguenti proposte e raccomandazioni strategiche per l’Italia e la sua industria della Difesa:
- Definire una strategia nazionale chiara ed integrata: è imperativo che l’Italia sviluppi e articoli una strategia nazionale di lungo periodo per la partecipazione ai programmi di difesa europei. Tale strategia dovrebbe identificare con precisione le nicchie di eccellenza tecnologica e industriale su cui puntare (es. subacqueo, elettronica avanzata, aerospazio, IA per la difesa), le aree prioritarie di investimento e i programmi europei di maggiore interesse strategico per il Paese. Questa visione deve essere il frutto di un’ampia consultazione e condivisione.
- Rafforzare il coordinamento istituzionale ed industriale: è cruciale potenziare il coordinamento e la sinergia tra il Ministero della Difesa (SGD/DNA), il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il Ministero degli Affari Esteri, l’AIAD e le singole aziende (grandi gruppi e PMI). La creazione di tavoli di lavoro permanenti e meccanismi di consultazione regolari può facilitare l’allineamento delle posizioni, la condivisione di informazioni e la definizione di strategie comuni per massimizzare il ritorno nazionale dalla partecipazione ai programmi UE.
- Promuovere attivamente consorzi a guida o forte partecipazione italiana: l’Italia deve assumere un ruolo proattivo nella formazione di consorzi industriali per partecipare ai bandi dell’EDF e dell’EDIP. Ciò significa non solo aderire a iniziative guidate da altri, ma anche proporsi come capofila o partner chiave in progetti che valorizzino le eccellenze nazionali, aggregando attorno ai propri campioni industriali una solida filiera di PMI.
- Sostenere le PMI nell’accesso ai programmi UE: le nostre Piccole e Medie Imprese rappresentano un bacino di innovazione e specializzazione fondamentale. È necessario implementare meccanismi di supporto dedicati (finanziari, informativi, di mentoring) per aiutarle a superare le barriere burocratiche e finanziarie che ne ostacolano l’accesso ai complessi programmi europei. La semplificazione delle procedure a livello nazionale e il sostegno nella creazione di reti e partnership possono essere strumenti efficaci.
- Investire in R&S e competenze nelle tecnologie chiave: per mantenere e rafforzare la competitività, sono indispensabili continui investimenti in Ricerca e Sviluppo nelle tecnologie abilitanti (IA, Big Data, Cloud, quantistica) e nei settori strategici identificati (cyber, spazio, subacqueo, materiali avanzati, sistemi unmanned). Parallelamente, occorre affrontare con decisione la carenza di competenze specializzate attraverso investimenti mirati nella formazione universitaria e tecnica, e con programmi volti ad attrarre e trattenere i talenti nel settore della difesa e dell’alta tecnologia.
- Agire a livello UE per regole eque e trasparenti: l’Italia deve svolgere un ruolo attivo e assertivo a Bruxelles per promuovere una reale armonizzazione degli standard tecnici e delle procedure di certificazione, e per garantire che le regole e procedure sulla “Preferenza Europea” e sull’accesso al mercato unico della difesa siano eque, trasparenti e non discriminatorie, tutelando così gli interessi della propria industria.
- Valutare con attenzione l’impatto del co-finanziamento nazionale: la partecipazione ai programmi europei richiede spesso un cofinanziamento nazionale. È essenziale che ogni decisione di impegno finanziario sia preceduta da un’attenta analisi costi-benefici, che valuti non solo il ritorno industriale e tecnologico immediato, ma anche la sostenibilità di bilancio a lungo termine e l’allineamento con le priorità strategiche nazionali.
- Incoraggiare il consolidamento industriale mirato e le Filiere nazionali: in un contesto di crescente competizione, forme di consolidamento industriale mirate, che non sacrifichino la diversità e l’innovazione delle PMI, possono essere necessarie. È importante favorire la creazione di filiere nazionali robuste ed integrate, capaci di operare efficacemente all’interno delle più ampie catene del valore europee, possibilmente attorno ai campioni nazionali che possono fungere da aggregatori.
- Promuovere la “Cultura della Difesa” e l’attrattività del settore: per attrarre i talenti necessari e garantire il sostegno pubblico agli investimenti nel settore, è importante promuovere una maggiore consapevolezza diffusa sull’importanza della difesa e della sicurezza, e sull’elevato contenuto tecnologico e innovativo dell’industria nazionale.
EUROPEISTI: oggi occorre posizionare l’Italia per il futuro di Difesa europea rafforzata che si prospetta. L’industria della Difesa italiana possiede un potenziale significativo per prosperare e contribuire attivamente al nuovo paradigma di sicurezza e difesa che si sta delineando in Europa. Le iniziative comunitarie, pur presentando sfide complesse, offrono opportunità senza precedenti per la crescita, l’innovazione e la collaborazione.
La transizione verso una maggiore integrazione della difesa europea, spinta da imperativi geostrategici ineludibili, appare come un processo irreversibile. Per l’Italia, la questione cruciale non è se partecipare a questa trasformazione, ma come farlo in modo strategico, proattivo e coordinato, al fine di massimizzare i benefici per la propria sicurezza nazionale, per la competitività della propria base industriale e tecnologica, e per il proprio ruolo politico ed economico all’interno dell’Unione Europea.
Un approccio attendista, frammentato o puramente reattivo di fronte a queste dinamiche rischia di tradursi in una progressiva marginalizzazione o in una dipendenza da decisioni e priorità definite altrove.
EUROPEISTI: l’industria italiana della Difesa ha dimostrato nel tempo di possedere le capacità tecnologiche, l’esperienza e la resilienza necessarie per competere sui mercati internazionali e per partecipare a programmi complessi. Tuttavia, per navigare con successo le acque della nuova architettura di difesa europea, è indispensabile una guida politica lungimirante, una strategia industriale nazionale chiara e coerente, e una forte sinergia tra istituzioni, grandi imprese e Piccole e Medie Imprese.
Trasformare le sfide attuali in opportunità concrete richiede visione, determinazione e un impegno costante a livello nazionale ed europeo.
In definitiva, posizionando strategicamente le proprie eccellenze, investendo in innovazione e competenze, e partecipando attivamente alla definizione delle politiche europee, l’Italia può e deve ambire a essere un contributore chiave e un protagonista nella costruzione di una difesa europea più forte, coesa e tecnologicamente avanzata, a beneficio della sicurezza e della prosperità dell’intero continente.
(*) A cura del Dipartimento “Difesa” e dell’Ufficio Studi del partito EUROPEISTI