Politiche del Lavoro

EUROPEISTI (*) –  “Salario Minimo”

Una proposta per Equità Sociale e Crescita Sostenibile

 

  1. Introduzione: la Sfida del Salario Minimo per un’Italia Europea

Il salario minimo come strumento di politica economica e sociale nel contesto dell’UE

Il concetto di salario minimo, inteso come la retribuzione minima che un datore di lavoro è tenuto a corrispondere ai propri dipendenti per il lavoro svolto in una determinata unità di tempo, rappresenta uno strumento fondamentale di politica economica e sociale a livello globale. Oltre il 90% dei paesi membri dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) dispone di un sistema di salario minimo, il cui scopo primario è proteggere i lavoratori da retribuzioni eccessivamente basse. Tale strumento non solo contribuisce a garantire una più equa distribuzione dei frutti della crescita economica, ma assicura anche un livello minimo di sussistenza a tutti i lavoratori, specialmente a quelli più vulnerabili. Al riguardo, l’evoluzione storica del salario minimo lo ha visto trasformarsi da misura settoriale a strumento di più ampia copertura, riflettendo una crescente consapevolezza della sua importanza nel contrastare la povertà e ridurre le disuguaglianze, incluse quelle di genere.

Come noto, nel contesto dell’Unione Europea, la promozione del miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro e lo sviluppo di un’economia sociale di mercato fortemente competitiva sono obiettivi cardine sanciti dai Trattati (articolo 3 TUE, articolo 151 TFUE). L’UE riconosce e promuove il ruolo delle parti sociali, facilitando il dialogo e rispettando la loro autonomia, pur tenendo conto delle diversità dei sistemi nazionali. In questo quadro, l’introduzione o il rafforzamento di un salario minimo adeguato si allinea con la visione europea di una convergenza sociale verso l’alto, mirata a ridurre le disparità ed a promuovere il benessere dei cittadini. È particolarmente rilevante notare come una politica di salari minimi adeguati possa contribuire a ridurre il divario retributivo di genere, poiché la maggioranza dei lavoratori che percepiscono salari minimi è costituita da donne.

La Direttiva Europea sui salari minimi adeguati (UE 2022/2041): un’opportunità per l’Italia

La Direttiva (UE) 2022/2041 sui salari minimi adeguati rappresenta un passo significativo dell’Unione Europea verso la garanzia che tutti i lavoratori siano tutelati da salari che consentano una vita dignitosa, ovunque essi operino all’interno dell’Unione. La Direttiva non impone agli Stati membri l’obbligo di introdurre un salario minimo legale laddove questo non esista, né di armonizzare i livelli dei salari minimi. Piuttosto, essa istituisce un quadro per migliorare l’adeguatezza dei salari minimi esistenti e per promuovere la contrattazione collettiva sulla determinazione dei salari.

Per i paesi che già dispongono di un salario minimo legale, la Direttiva stabilisce criteri chiari e stabili per la sua determinazione e il suo aggiornamento, includendo la considerazione del potere d’acquisto (cioè tenendo conto del costo della vita), il livello generale dei salari e la loro distribuzione, il tasso di crescita dei salari e l’andamento della produttività nazionale. Inoltre, la Direttiva invita gli Stati membri a utilizzare valori di riferimento indicativi, come il 60% del salario lordo mediano e il 50% del salario lordo medio, per orientare la valutazione dell’adeguatezza dei salari minimi. Un aspetto cruciale della Direttiva è la forte enfasi sul ruolo delle parti sociali e sulla promozione della contrattazione collettiva, considerata uno strumento fondamentale per garantire salari minimi adeguati. Gli Stati membri con una copertura della contrattazione collettiva inferiore a una soglia dell’80% (soglia non vincolante ma indicativa di un sistema robusto) sono invitati a definire un piano d’azione per promuoverla.

Per l’Italia, che attualmente non dispone di un salario minimo legale nazionale, affidando la determinazione dei minimi salariali principalmente alla contrattazione collettiva, la Direttiva UE funge da importante stimolo. Essa invita ad una riflessione approfondita sull’efficacia del sistema attuale nel garantire retribuzioni adeguate a tutti i lavoratori, specialmente a fronte di fenomeni come il lavoro povero e la proliferazione di contratti collettivi con minimi salariali bassi. L’approccio europeo, quindi, non è prescrittivo sulla forma (legale o contrattuale), ma sull’obiettivo: assicurare salari dignitosi. Questo si allinea perfettamente con i principi del Pilastro Europeo dei Diritti Sociali, in particolare il Principio 6, che sancisce il diritto a salari minimi adeguati che soddisfino i bisogni del lavoratore e della sua famiglia, prevenendo la povertà lavorativa e salvaguardando l’accesso al lavoro. La Direttiva, pur non imponendo un obbligo diretto di introduzione, esercita una significativa “pressione” politica e morale affinché l’Italia affronti con decisione la questione dei bassi salari, in coerenza con gli standard di dignità lavorativa europei.

La situazione italiana: necessità di un intervento per contrastare lavoro povero e disuguaglianze, nel rispetto del ruolo della contrattazione collettiva

Il sistema italiano di relazioni industriali si è storicamente basato sulla centralità della contrattazione collettiva per la determinazione delle condizioni di lavoro, inclusi i salari minimi. Questo modello ha garantito per lungo tempo una copertura estesa e livelli salariali relativamente uniformi in molti settori. Tuttavia, negli ultimi decenni, il contesto è mutato, evidenziando alcune criticità significative.

Fenomeni come la stagnazione salariale, l’aumento del lavoro povero, la frammentazione della rappresentanza datoriale e sindacale, e la proliferazione di contratti collettivi “pirata” o con minimi tabellari particolarmente bassi, hanno messo in discussione l’efficacia del solo sistema contrattuale nel tutelare tutti i lavoratori. Secondo dati CNEL, al 31 dicembre 2024, erano depositati 1.017 contratti collettivi, molti dei quali applicati a un numero esiguo di lavoratori o scaduti da anni, con oltre sei milioni di lavoratori in attesa di rinnovo. Questa situazione, unita all’elevata incidenza dell’economia sommersa, contribuisce ad alimentare sacche di vulnerabilità e disuguaglianza.

L’approccio di Noi EUROPEISTI alla questione del salario minimo in Italia non può prescindere da queste realtà. Non si tratta di smantellare un sistema di contrattazione collettiva che, nei suoi segmenti più rappresentativi, continua a svolgere un ruolo cruciale, ma di integrarlo e rafforzarlo. L’obiettivo è quello di definire un “pavimento” salariale che garantisca dignità e protezione a tutti, specialmente nei settori e nelle tipologie di impiego dove la contrattazione è più debole o assente, o dove i minimi contrattuali risultano inadeguati. La Direttiva UE offre una cornice metodologica e politica per intraprendere questo percorso, valorizzando il dialogo sociale e mirando ad un equilibrio tra equità sociale e sostenibilità economica. L’approccio, quindi, non può e non deve consistere in una mera trasposizione di modelli esteri, ma in un adattamento intelligente dei principi europei di adeguatezza e coinvolgimento delle parti sociali al contesto specifico italiano, riconoscendo e potenziando il ruolo della contrattazione collettiva “di qualità”. La necessità di un intervento è ulteriormente sottolineata dal fatto che, nonostante l’alta copertura contrattuale, una quota significativa di lavoratori italiani potrebbe beneficiare di un salario minimo legale, come indicato da stime INPS, segnalando carenze intrinseche nel sistema attuale che richiedono una risposta politica ponderata e lungimirante.

  1. Il Contesto Socio-Economico Italiano: un’Analisi Critica

L’introduzione di un salario minimo in Italia deve essere attentamente calibrata tenendo conto del complesso quadro socio-economico nazionale. Questo implica un’analisi approfondita delle dinamiche del mercato del lavoro, dello stato della contrattazione collettiva, degli indicatori macroeconomici chiave e dei persistenti divari territoriali.

Dinamiche del mercato del lavoro: occupazione, disoccupazione, incidenza del lavoro povero e del precariato

Il mercato del lavoro italiano presenta segnali contrastanti. Da un lato, i dati recenti indicano una crescita dell’occupazione. A marzo 2025, il tasso di occupazione ha raggiunto il 63,0%, con un aumento di 4 punti percentuali rispetto alla media del 2019. Nel 2024, si è registrato un aumento del 3,3% dei dipendenti a tempo indeterminato, a fronte di una diminuzione del 6,8% di quelli a tempo determinato. I dati ISTAT di gennaio 2025 confermano una crescita degli occupati (+145 mila unità rispetto a dicembre 2024), con un tasso di occupazione al 62,8% ed una riduzione sia dei disoccupati (tasso al 6,3%) sia degli inattivi (tasso al 32,9%). Su base annua (gennaio 2025 vs gennaio 2024), l’occupazione è cresciuta del 2,2% (+513 mila unità).

Nonostante questi segnali positivi, persistono profonde criticità. Il tasso di occupazione italiano rimane il più basso d’Europa (62,2% nel 2024), inferiore di 15,2 punti percentuali rispetto alla Germania, 6,8 punti rispetto alla Francia e 3,9 punti rispetto alla Spagna. Particolarmente preoccupanti sono i divari di genere e territoriali: nel 2024, il tasso di occupazione femminile era del 53,3% contro il 71,1% maschile. A livello territoriale, il tasso di occupazione nel Mezzogiorno (49,3%) è drasticamente inferiore a quello del Nord (69,7%) e del Centro (66,8%). La disoccupazione giovanile, sebbene in calo al 18,7% a gennaio 2025, rimane una delle più alte in Europa, così come l’incidenza dei NEET (giovani che non studiano, non lavorano e non sono in formazione), circa 1,34 milioni nel 2024, con una concentrazione maggiore nel Sud.

Un problema particolarmente grave è quello del lavoro povero. Secondo dati Eurostat (relativi al 2022, su redditi 2021), l’11,5% degli occupati in Italia era a rischio di povertà. Questo significa che avere un lavoro non è sempre sufficiente a garantire un tenore di vita dignitoso. L’ISTAT, nel suo “Rapporto sulla Povertà 2023”, evidenzia che l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie con persona di riferimento operaio e assimilato è salita al 16,5% nel 2023 (dal 14,7% nel 2022). Anche il Rapporto CNEL 2025 sottolinea la persistenza di forme di lavoro non standard (circa il 21% del totale degli occupati) e l’elevata incidenza del part-time involontario, specialmente tra le donne. La precarietà contrattuale ed i bassi salari colpiscono in modo sproporzionato giovani, donne e lavoratori del Mezzogiorno, acuendo le disuguaglianze esistenti.

Stato della contrattazione collettiva: punti di forza, debolezze e stagnazione salariale

L’Italia vanta un tasso di copertura della contrattazione collettiva tra i più elevati in Europa, con oltre il 96% dei dipendenti del settore privato (esclusi agricoltura e lavoro domestico) e il 100% di quelli del settore pubblico coperti da CCNL sottoscritti dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative. Questo sistema, storicamente, ha rappresentato un presidio per la tutela dei diritti dei lavoratori e la determinazione dei trattamenti economici minimi.

Tuttavia, il sistema presenta significative debolezze. La frammentazione contrattuale è un problema rilevante: al 31 dicembre 2024, risultavano depositati presso il CNEL ben 1.017 CCNL, di cui 629 scaduti. Molti di questi contratti (722) sono applicati a meno di 1.000 lavoratori, e una quota significativa (461) a meno di 100. Questa polverizzazione favorisce il fenomeno del dumping contrattuale, o “contratti pirata”, stipulati da organizzazioni di dubbia rappresentatività che fissano condizioni economiche e normative peggiorative rispetto a quelle dei contratti leader. Tale pratica non solo danneggia i lavoratori coinvolti, ma crea anche una concorrenza sleale tra imprese, basata sulla compressione del costo del lavoro anziché sull’innovazione e l’efficienza.

Un’altra criticità è rappresentata dai ritardi nei rinnovi contrattuali. A fine 2024, ben 6,389 milioni di lavoratori dipendenti erano in attesa del rinnovo del proprio CCNL. In un contesto di inflazione, anche moderata, il mancato adeguamento delle retribuzioni comporta una progressiva erosione del potere d’acquisto. Questi fattori, combinati, contribuiscono in modo determinante alla stagnazione salariale che caratterizza l’Italia da decenni. Come evidenziato dal CNEL, negli ultimi trent’anni i salari in Italia sono cresciuti solo dell’1%, a fronte di una media OCSE del 33%.

Indicatori macroeconomici chiave: crescita del PIL, inflazione, produttività, finanza pubblica e cuneo fiscale

Il quadro macroeconomico italiano presenta sfide significative che influenzano la discussione sul salario minimo.

  • Crescita del PIL: Dopo la ripresa post-pandemica, la crescita del PIL italiano si è attestata su ritmi contenuti. L’ISTAT riporta una crescita dello 0,7% nel 2024, analoga a quella del 2023, inferiore a quella di Francia (1,2%) e Spagna (3,2%), ma superiore a quella della Germania (-0,2%). Il Documento di Economia e Finanza (DEF) 2024 prevede una crescita dell’1,0% per il 2024 e dell’1,2% per il 2025. La Banca d’Italia, nel Bollettino Economico 1/2025, stima una crescita intorno all’1% in media nel triennio 2025-2027, sostenuta da consumi ed esportazioni. Una crescita economica modesta limita strutturalmente i margini per incrementi salariali diffusi e significativi attraverso la sola dinamica di mercato o la contrattazione non supportata.
  • Inflazione: Dopo i picchi registrati a seguito della crisi energetica, l’inflazione in Italia è in fase di discesa. Nella media del 2024, i prezzi al consumo sono cresciuti dell’1,0% (IPCA +1,1%), in forte calo rispetto al +5,7% del 2023. L’inflazione di fondo si è attestata al +2,0% nel 2024. La Banca d’Italia e la BCE prevedono un ritorno durevole dell’inflazione verso l’obiettivo del 2% nel medio termine. Tuttavia, l’elevata inflazione degli anni passati ha eroso significativamente il potere d’acquisto dei salari, rendendo ancora più urgente la questione delle retribuzioni basse.
  • Produttività: La stagnazione della produttività del lavoro è uno dei problemi strutturali più gravi dell’economia italiana. Nel 2023, la produttività del lavoro è diminuita del 2,5%, sebbene nel periodo 2014-2023 si sia registrato un incremento medio annuo dello 0,5%. Questa debolezza cronica della produttività, che presenta anche forti divari territoriali, frena la crescita dei salari reali e la competitività del sistema paese. La correlazione tra stagnazione salariale e bassa produttività è evidente: salari bassi possono disincentivare investimenti in innovazione e capitale umano, mentre una scarsa produttività limita la capacità delle imprese di concedere aumenti retributivi. Un salario minimo adeguato, se accompagnato da politiche volte a stimolare la produttività, potrebbe contribuire a interrompere questo circolo vizioso.
  • Finanza Pubblica: L’Italia continua a confrontarsi con un elevato debito pubblico. A fine 2023, il rapporto debito/PIL era stimato al 137,3%. Le previsioni del DEF 2024 indicano una moderata crescita del rapporto fino al 139,8% nel 2026. Il debito delle Amministrazioni Pubbliche a fine 2024 era pari a 2.965,7 miliardi di euro. Il disavanzo netto è previsto al 4,3% del PIL nel 2024 e al 3,7% nel 2025. Questi vincoli di finanza pubblica impongono cautela nella definizione di qualsiasi misura che possa avere impatti diretti o indiretti sul bilancio statale, inclusi i costi per la Pubblica Amministrazione come datore di lavoro o eventuali misure di compensazione per le imprese.
  • Cuneo Fiscale: Il cuneo fiscale e contributivo in Italia è tra i più alti dei paesi OCSE. Nel 2023 si è attestato al 45,1% del costo del lavoro per un lavoratore medio senza carichi familiari, in lieve calo rispetto al 45,9% del 2022. Assolombarda stima un’ulteriore discesa al 43,7% nel 2024 grazie all’esonero contributivo e alla rimodulazione degli scaglioni IRPEF. Tuttavia, altre fonti indicano un possibile aumento del cuneo fiscale nel 2024 al 47,1%. Un cuneo fiscale così elevato riduce significativamente il salario netto percepito dai lavoratori a parità di costo del lavoro per le imprese. Qualsiasi discussione sull’introduzione di un salario minimo dovrebbe essere affiancata da una riflessione sulla riduzione del cuneo fiscale, specialmente per i redditi più bassi, al fine di massimizzare l’impatto positivo sul potere d’acquisto dei lavoratori e mitigare i costi per le imprese.

I divari territoriali: differenze nel costo della vita e nei livelli retributivi

L’Italia è caratterizzata da profondi e persistenti divari territoriali, che si manifestano in termini di sviluppo economico, tassi di occupazione, livelli retributivi e costo della vita. Il Mezzogiorno presenta tassi di occupazione significativamente più bassi (49,3% contro il 69,7% del Nord nel 2024) e livelli salariali medi inferiori di circa il 25% rispetto al Centro-Nord.

Parallelamente, esistono differenze nel costo della vita tra le diverse aree del Paese, sebbene la loro misurazione precisa sia complessa. L’ISTAT ha avviato un progetto sperimentale per la stima di indici spaziali dei prezzi al consumo a livello regionale, che mira a fornire una misura sintetica del differenziale relativo del livello dei prezzi tra le regioni. Studi indicano che, a parità di reddito, il potere d’acquisto tende ad essere maggiore nel Sud grazie a prezzi mediamente più bassi per alcuni beni e servizi. Tuttavia, anche all’interno delle macro-aree esistono eterogeneità significative, ad esempio tra grandi aree metropolitane e zone rurali o periferiche.

La questione dei divari territoriali è cruciale nella definizione di un salario minimo nazionale. Una soglia unica potrebbe avere impatti molto diversi al Nord, dove i salari medi e il costo della vita sono generalmente più alti, rispetto al Sud, dove potrebbe interessare una platea più ampia di lavoratori ma anche mettere maggiormente sotto pressione le imprese, spesso di minori dimensioni e con produttività inferiore. È fondamentale valutare attentamente questi aspetti per evitare che una misura pensata per ridurre le disuguaglianze finisca per accentuare le difficoltà in contesti economici più fragili, a meno che non sia accompagnata da specifiche politiche di sostegno o da una riflessione su meccanismi di adeguamento che, pur garantendo un minimo dignitoso a livello nazionale, tengano conto delle specificità locali senza creare nuove distorsioni. La debolezza strutturale del mercato del lavoro meridionale, unita a un tessuto produttivo meno robusto, rende la calibrazione di un salario minimo nazionale una sfida particolarmente delicata.

La tabella seguente riassume i principali indicatori socio-economici italiani, evidenziando le criticità e i vincoli discussi.

Indicatore Valore (Anno Riferimento) Fonte Principale
PIL (variazione % annua) +0,7% (2024) ISTAT
Inflazione (IPCA, variazione % annua) +1,1% (media 2024) ISTAT
Tasso di Occupazione (15-64 anni) 62,8% (Gen 2025) ISTAT
Tasso Occupazione Donne (15-64 anni) 53,3% (2024) CNEL
Tasso Occupazione Giovani (15-24 anni) 19,7% (2024) CNEL
Tasso Occupazione Mezzogiorno (15-64 anni) 49,3% (2024) CNEL
Tasso di Disoccupazione (15+ anni) 6,3% (Gen 2025) ISTAT
Tasso Disoccupazione Giovanile (15-24 anni) 18,7% (Gen 2025) ISTAT
Tasso di Inattività (15-64 anni) 32,9% (Gen 2025) ISTAT
NEET (15-29 anni, % su popolazione) ~1,34 milioni, incidenza elevata (2024) CNEL
Lavoratori a Rischio Povertà (Occupati 18+) 11,5% (2022, redditi 2021) Eurostat/ISTAT
Produttività del Lavoro (variazione % annua) -2,5% (2023) ISTAT
Rapporto Debito/PIL (%) 137,3% (fine 2023) MEF/ISTAT
Pressione Fiscale (%) 42,5% (2023) MEF
Cuneo Fiscale (lavoratore medio, % costo lavoro) 45,1% (2023) OCSE/Assolombarda
Valore Economia Sommersa (% del PIL) 9,1% (sommerso), 10,1% (non osservata) (2022) ISTAT

 

EUROPEISTI: questa panoramica evidenzia la complessità del contesto italiano. Da un lato, la necessità di affrontare il lavoro povero e le disuguaglianze è impellente. Dall’altro, i vincoli macroeconomici e le debolezze strutturali del mercato del lavoro e del sistema produttivo richiedono che l’introduzione di un salario minimo sia parte di una strategia più ampia e attentamente calibrata.

 

Lezioni dalle Esperienze Europee: Germania, Francia e Spagna

L’analisi delle esperienze di altri grandi paesi europei che hanno adottato un salario minimo legale – Germania, Francia e Spagna – offre spunti preziosi per il dibattito italiano. È fondamentale comprendere non solo i livelli salariali, ma anche i meccanismi di adeguamento, l’interazione con la contrattazione collettiva e gli impatti socio-economici osservati.

Analisi comparata dei sistemi di salario minimo: livelli, meccanismi di adeguamento e interazione con la contrattazione collettiva

  • Germania: Il salario minimo legale (Mindestlohn) è stato introdotto il 1° gennaio 2015, inizialmente a 8,50 euro lordi orari. Al 1° gennaio 2025, il livello è di 12,41 euro lordi orari, con un aumento previsto a 12,82 euro. Il salario minimo viene rivisto ed adeguato periodicamente (ogni due anni) dalla Commissione per il Salario Minimo (Mindestlohnkommission), un organo indipendente composto da rappresentanti dei datori di lavoro, dei lavoratori ed esperti scientifici, che formula una proposta al governo federale. La Commissione valuta l’impatto del salario minimo sulla protezione dei lavoratori, sulle condizioni di concorrenza, sull’occupazione e sulla produttività. L’introduzione del Mindestlohn è avvenuta in un contesto di forte tradizione di contrattazione collettiva settoriale, ma con aree di bassa copertura e “dumping” salariale che si intendevano contrastare.
  • Francia: Lo SMIC (Salaire Minimum Interprofessionnel de Croissance) ha una lunga storia, essendo stato introdotto nel 1950 (come SMIG, poi SMIC dal 1970). Al 1° novembre 2024, lo SMIC orario lordo è stato fissato a 11,88 euro, corrispondenti a circa 1.801,80 euro lordi mensili per una settimana lavorativa di 35 ore. Il meccanismo di rivalutazione dello SMIC è duplice:
    1. Automatico: Ogni 1° gennaio, lo SMIC viene rivalutato in base a due criteri: l’inflazione misurata sull’indice dei prezzi al consumo (IPC) per le famiglie del primo quintile di reddito (le meno abbienti) e almeno la metà dell’aumento del potere d’acquisto del salario orario medio di operai e impiegati (SHBOE). Inoltre, se l’IPC aumenta di almeno il 2% rispetto all’ultima rivalutazione, lo SMIC viene automaticamente aumentato nella stessa proporzione durante l’anno.
    2. Discrezionale (“coup de pouce): Il governo ha la facoltà di decidere un aumento addizionale dello SMIC, oltre a quello derivante dai meccanismi automatici, dopo aver consultato la “Commission Nationale de la Négociation Collective, de l’Emploi et de la Formation Professionnelle” (CNNCEFP) ed un gruppo di esperti indipendenti. Lo SMIC funge da riferimento per la contrattazione collettiva, che generalmente stabilisce minimi superiori.
  • Spagna: Il Salario Minimo Interprofessionale (SMI) ha visto aumenti significativi negli ultimi anni. Per il 2025, il governo ha approvato un SMI di 1.184 euro lordi mensili, pagati in 14 mensilità, il che equivale a 1.381 euro lordi mensili se ripartiti su 12 mensilità. L’adeguamento dell’SMI è deciso annualmente dal governo, previa consultazione con le organizzazioni sindacali e imprenditoriali più rappresentative. Il governo tiene conto di fattori come l’inflazione, la produttività media nazionale, l’incremento della partecipazione del lavoro al reddito nazionale e la congiuntura economica generale. Esiste anche una “Commissione Consultiva per l’Analisi del Salario Minimo Interprofessionale”, composta da esperti, che fornisce raccomandazioni non vincolanti al governo, spesso con l’obiettivo di portare l’SMI al 60% del salario medio netto.

Un elemento comune a questi paesi è il tentativo di bilanciare la protezione dei lavoratori con le esigenze delle imprese, attraverso meccanismi di consultazione delle parti sociali e, in Germania e Spagna, il parere di commissioni di esperti. La Francia si distingue per un meccanismo di indicizzazione più automatico, ma non esclude interventi discrezionali.

Valutazione degli impatti socio-economici: effetti su occupazione, riduzione delle disuguaglianze, povertà lavorativa e competitività delle PMI

  • Germania: l’introduzione del salario minimo nel 2015 ha generato un ampio dibattito e numerosi studi. Le evidenze più recenti suggeriscono che il Mindestlohn ha contribuito a una riduzione delle disuguaglianze salariali, specialmente nella parte bassa della distribuzione, aumentando i salari dei lavoratori a basso reddito. Gli impatti sull’occupazione aggregata sono risultati generalmente contenuti o nulli. Alcuni studi iniziali avevano rilevato lievi effetti negativi sull’occupazione marginale (Minijobs) o in specifici settori, ma analisi più recenti tendono a ridimensionare tali effetti, soprattutto in un contesto di mercato del lavoro robusto. L’impatto è stato più marcato in settori a bassa retribuzione come l’ospitalità, il commercio al dettaglio e la logistica. Le imprese hanno reagito in parte trasferendo i maggiori costi sui prezzi, in parte riducendo i margini di profitto o cercando maggiore efficienza.
  • Francia: l’impatto dello SMIC sull’economia francese è oggetto di dibattito da decenni. Si ritiene che contribuisca a comprimere la parte bassa della distribuzione salariale, riducendo le disuguaglianze di paga. Tuttavia, vi sono preoccupazioni ricorrenti riguardo agli effetti sull’occupazione, in particolare quella giovanile e dei lavoratori meno qualificati. Alcuni studi hanno trovato correlazioni negative tra aumenti dello SMIC e l’occupazione di queste categorie, mentre altri studi, specialmente quelli che utilizzano metodologie più recenti, tendono a trovare effetti più contenuti o nulli, sottolineando l’importanza di altri fattori come le politiche di sgravio contributivo sui bassi salari.
  • Spagna: i recenti e consistenti aumenti dell’SMI hanno avuto un impatto positivo sulla riduzione della disuguaglianza salariale e sul miglioramento delle condizioni dei lavoratori a basso reddito, con un effetto particolarmente benefico per donne e giovani. Gli studi sull’impatto occupazionale sono eterogenei. La Banca di Spagna, in passato, aveva stimato possibili effetti negativi moderati sull’occupazione per specifici gruppi a seguito di forti aumenti. Tuttavia, studi più recenti, analizzando gli aumenti fino al 2019 e oltre, non hanno trovato impatti negativi significativi sull’occupazione dei lavoratori poco qualificati, ma hanno osservato un potenziale aumento dei prezzi in alcuni settori (servizi, alimentari trasformati). La discussione rimane aperta, con un focus sulla necessità di bilanciare gli aumenti salariali con la produttività e la competitività delle imprese, specialmente le PMI.

EUROPEISTI: le esperienze di questi tre Paesi indicano che un salario minimo, se ben calibrato ed inserito in un contesto di politiche di supporto, può essere uno strumento efficace per migliorare le condizioni dei lavoratori a basso reddito e ridurre le disuguaglianze, senza necessariamente compromettere l’occupazione aggregata. Tuttavia, è cruciale monitorare attentamente gli effetti su specifici settori e tipologie di imprese, in particolare le PMI, e sui gruppi di lavoratori più vulnerabili.

La gradualità dell’implementazione e degli aumenti, come avvenuto in parte in Germania e Spagna, sembra essere un fattore importante per permettere alle imprese di adattarsi. Inoltre, il contesto macroeconomico generale gioca un ruolo significativo: in fasi di crescita economica, gli eventuali impatti negativi sull’occupazione tendono ad essere meno pronunciati. Il coinvolgimento attivo e costruttivo delle parti sociali nei processi di determinazione e adeguamento del salario minimo appare come un elemento chiave per garantirne la legittimità e l’efficacia.

Un altro aspetto fondamentale che emerge dal confronto è la necessità di considerare il salario minimo non in isolamento, ma all’interno del più ampio sistema di welfare e di tassazione. Il livello del salario minimo nominale deve essere valutato in relazione al potere d’acquisto (SPA), come evidenziato dai dati Eurostat, e all’incidenza del cuneo fiscale e dei trasferimenti sociali, che possono modificare significativamente il reddito disponibile dei lavoratori.

Infine, la preoccupazione per l’impatto sulle Piccole e Medie Imprese (PMI) è una costante. Mentre gli effetti aggregati sull’occupazione possono essere limitati, è possibile che specifici settori a forte presenza di PMI e a bassa marginalità necessitino di misure di accompagnamento, come incentivi alla produttività o sgravi fiscali/contributivi temporanei, per assorbire l’aumento del costo del lavoro. Le esperienze di Germania e Francia, paesi con una forte tradizione industriale e un sistema di welfare sviluppato, offrono spunti particolarmente rilevanti per l’Italia, data la somiglianza di alcuni contesti settoriali e l’importanza delle PMI.

La tabella seguente offre un confronto sintetico dei livelli di salario minimo nei tre paesi analizzati e li rapporta ai parametri di adeguatezza suggeriti dalla Direttiva UE, calcolati per l’Italia.

Paese Salario Minimo Orario Lordo (€) (Anno Rif.) Salario Minimo Mensile Lordo (€, 12 mensilità) (Anno Rif.) Salario Minimo Mensile Lordo (SPA) (Gen 2025) Meccanismo di Adeguamento Principale
Germania 12,41 (Gen 2025) ~2.054 (basato su 38,8 ore/settimana) 1.992 Proposta biennale della Mindestlohnkommission (parti sociali ed esperti), decisione del Governo.
Francia 11,88 (Nov 2024) 1.802 (basato su 35 ore/settimana) >1.500 (stimato, gruppo Eurostat) Rivalutazione automatica annuale (inflazione + crescita salari operai/impiegati) e infra-annuale (se inflazione >2%); possibili “coup de pouce” governativi.
Spagna ~9,26 (lavoratori domestici, 2025) 1.381 (da 1.184€ x 14 mensilità, 2025) 1.517 Decisione annuale del Governo previa consultazione parti sociali e parere Commissione Esperti; obiettivo 60% salario medio netto.
Italia (Benchmark UE) 7,65 – 10,59 (Stima INPS 2021) N/A N/A La Direttiva UE suggerisce il 60% del salario lordo mediano e/o il 50% del salario lordo medio come riferimenti per l’adeguatezza.

 

Nota: I valori mensili sono calcolati o normalizzati per confronto. Il valore orario per la Spagna è indicativo per una specifica categoria, poiché l’SMI è primariamente mensile.

EUROPEISTI: questa tabella evidenzia come i livelli di salario minimo nei principali partners europei si collochino in una fascia che, per l’Italia, corrisponderebbe da un importo orario lordo significativo, in linea con i parametri di adeguatezza europei. Ciò fornisce una base concreta per definire una Nostra proposta che sia ambiziosa ma al contempo ancorata alle realtà economiche ed alle migliori pratiche europee.

 

  1. La Proposta degli EUROPEISTI per un Salario Minimo in Italia

L’introduzione di un salario minimo legale in Italia, in una prospettiva europeista, deve mirare a conciliare equità sociale, sostenibilità economica e coerenza con il quadro normativo e gli indirizzi dell’Unione Europea. La nostra proposta si articola attorno alla determinazione di una soglia economicamente compatibile, a meccanismi di aggiornamento trasparenti e partecipati, al rafforzamento della contrattazione collettiva di qualità e ad una valutazione attenta degli impatti attesi.

Determinazione di una soglia economicamente compatibile

La Direttiva (UE) 2022/2041 suggerisce, come valori di riferimento indicativi per orientare la valutazione dell’adeguatezza dei salari minimi legali, il 60% del salario lordo mediano e/o il 50% del salario lordo medio. L’applicazione di questi parametri al contesto italiano è un punto di partenza cruciale. Secondo stime dell’INPS basate su dati del 2021, questi criteri si tradurrebbero in un intervallo compreso approssimativamente tra 7,65 euro e 10,59 euro lordi orari.

È fondamentale basare la proposta su dati ISTAT aggiornati relativi al salario mediano e medio nazionale. Tuttavia, la determinazione della soglia non può prescindere da due fattori strutturali dell’economia italiana: la bassa produttività ed i significativi divari nel costo della vita tra le diverse aree del Paese. Sebbene una soglia nazionale unica sia preferibile per garantire semplicità applicativa, parità di trattamento e per evitare la creazione di “gabbie salariali” mascherate, è innegabile che il suo impatto sarà differenziato a livello territoriale. Una soglia troppo elevata potrebbe risultare insostenibile per le imprese nelle aree economicamente più deboli, in particolare nel Mezzogiorno, mentre una soglia troppo bassa rischierebbe di essere inefficace nel contrastare il lavoro povero nelle aree a più alto costo della vita.

Considerando questi elementi, e tenendo conto delle esperienze di grandi economie europee come Germania, Francia e Spagna, dove i salari minimi orari lordi si attestano o superano i 10-12 euro, e delle proposte già avanzate nel dibattito politico italiano che convergono su una cifra attorno ai 9 euro lordi orari , Noi EUROPEISTI riteniamo che un punto di partenza ragionevole ed ambizioso per l’Italia possa essere una soglia di salario minimo legale fissata inizialmente a 9 euro lordi orari, con una chiara prospettiva di graduale convergenza verso i 10 euro lordi orari, in linea con l’estremità superiore dell’intervallo suggerito dall’INPS e con i livelli di economie comparabili.

Un aspetto cruciale è la definizione di “trattamento economico minimo”. Le analisi dell’INPS dimostrano come l’incidenza dei lavoratori coinvolti varii drasticamente a seconda che nel calcolo si includano o meno elementi accessori come le mensilità aggiuntive o il TFR. Per garantire trasparenza, efficacia contro il lavoro povero e coerenza con l’approccio della Direttiva UE, che si concentra sulla retribuzione minima, la nostra proposta intende il salario minimo orario lordo come paga base oraria effettiva, al netto di mensilità aggiuntive, TFR, straordinari o altre indennità non continuative. La contrattazione collettiva manterrebbe il suo ruolo nella definizione di questi elementi accessori, che si aggiungerebbero al minimo legale.

Proposta di un valore orario lordo e meccanismi di indicizzazione e aggiornamento

Si propone, quindi, l’introduzione di un salario minimo legale nazionale fissato a 9 euro lordi orari. Questa cifra rappresenta un compromesso tra l’esigenza di un impatto significativo sulla riduzione della povertà lavorativa e sulla promozione di una vita dignitosa, e la necessità di sostenibilità economica per il sistema delle imprese, in particolare le PMI.

Per garantire che il salario minimo mantenga la sua adeguatezza nel tempo, è indispensabile prevedere un meccanismo di aggiornamento periodico e trasparente. Ispirandoci al modello tedesco ed alle indicazioni della Direttiva UE, Noi EUROPEISTI proponiamo l’istituzione di una “Commissione Nazionale per il Salario Minimo”, composta da esperti indipendenti e rappresentanti delle parti sociali (organizzazioni sindacali e datoriali maggiormente rappresentative). Tale Commissione avrebbe il compito di:

  1. monitorare costantemente gli effetti del salario minimo sull’occupazione, sulla povertà lavorativa, sulle disuguaglianze e sulla competitività delle imprese;
  2. proporre al Governo, con cadenza biennale, un adeguamento del livello del salario minimo.

Nella sua proposta, la Commissione dovrà tenere conto di una serie di indicatori oggettivi, quali:

    • l’andamento dell’inflazione (con particolare riferimento all’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, FOI, o un indice specifico per le famiglie a basso reddito);
    • la crescita economica (variazione del PIL reale);
    • l’evoluzione della produttività del lavoro a livello nazionale e settoriale;
    • il livello generale dei salari e la loro distribuzione, inclusi i parametri europei del 60% del salario mediano e del 50% del salario medio;
    • le condizioni generali del mercato del lavoro.

Il Governo, ricevuta la proposta della Commissione, procederebbe all’aggiornamento del salario minimo per via legislativa o regolamentare, motivando eventuali scostamenti dalla proposta della Commissione. Questo meccanismo garantirebbe un processo decisionale basato su evidenze, trasparente e partecipato, in linea con lo spirito della Direttiva Europea.

Rafforzamento della contrattazione collettiva di qualità e contrasto ai contratti pirata

L’introduzione di un salario minimo legale non deve in alcun modo indebolire o sostituire il ruolo cruciale della contrattazione collettiva, che in Italia vanta una tradizione consolidata ed un’ampia copertura. Al contrario, il salario minimo legale deve agire in sinergia con la contrattazione collettiva di qualità, fungendo da “pavimento” inderogabile al di sotto del quale nessun contratto collettivo, nemmeno quello stipulato dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, potrà scendere per quanto riguarda la paga base oraria.

Per rafforzare ulteriormente la contrattazione collettiva e contrastare il fenomeno dei “contratti pirata” si propongono le seguenti misure:

  1. Legge sulla rappresentanza: introdurre una legge che definisca criteri certi e misurabili per la rappresentatività delle organizzazioni sindacali e datoriali, basati su dati oggettivi (numero di iscritti, risultati elettorali RSU/RSA, diffusione dei contratti applicati come da flussi Uniemens).
  2. Efficacia erga omnes dei trattamenti economici: prevedere meccanismi legislativi, nel rispetto dell’autonomia collettiva e dell’articolo 39 della Costituzione, per estendere l’efficacia erga omnes dei trattamenti economici complessivi (non solo la paga base, ma l’intero pacchetto retributivo e normativo) previsti dai CCNL stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali identificate come maggiormente rappresentative sulla base della legge di cui al punto precedente. Questo garantirebbe che tutti i lavoratori di un determinato settore beneficino di condizioni eque, indipendentemente dall’applicazione di contratti minori o dalla mancata applicazione di alcun contratto.
  3. Ruolo del CNEL: il CNEL potrebbe -tra l’altro- svolgere un ruolo tecnico di monitoraggio della contrattazione collettiva e di identificazione dei contratti leader per settore, sulla base dei criteri di rappresentatività definiti per legge, fornendo supporto informativo al legislatore e alle parti sociali.

L’approccio combinato che Noi EUROPEISTI proponiamo (composto di salario minimo legale come pavimento e contrattazione collettiva di qualità per definire trattamenti migliorativi) è coerente con le indicazioni della Direttiva UE e con le proposte più avanzate emerse nel dibattito italiano.  

Valutazione dell’impatto atteso

L’introduzione di un salario minimo legale a 9 euro lordi orari, con la prospettiva di un graduale aumento ed integrato da un rafforzamento della contrattazione collettiva, avrebbe molteplici impatti positivi:

  • Benefici per i lavoratori: un numero significativo di lavoratori, stimato dall’INPS in oltre 2 milioni (per una soglia di 9€ con tredicesima inclusa, quindi l’impatto di 9€ di paga base sarebbe ancora maggiore), vedrebbe un aumento della propria retribuzione, con un conseguente miglioramento del tenore di vita.
  • Riduzione della povertà lavorativa e delle disuguaglianze: un salario minimo adeguato è uno strumento diretto per contrastare la povertà lavorativa e ridurre il divario salariale, specialmente a vantaggio delle donne, dei giovani e dei lavoratori meno qualificati, che sono sovra-rappresentati nelle fasce di reddito più basse. Simulazioni indicano una potenziale riduzione dell’indice di Gini.
  • Stimolo alla domanda interna: l’aumento del reddito disponibile per le fasce di popolazione a più alta propensione al consumo può generare un effetto positivo sulla domanda aggregata e, quindi, sulla crescita economica.
  • Effetti sull’occupazione: le esperienze internazionali (Germania, Francia, Spagna) e le analisi economiche suggeriscono che, se la soglia è calibrata attentamente (ad esempio, in linea con i parametri europei), gli effetti negativi sull’occupazione aggregata tendono ad essere contenuti o nulli. Tuttavia, è necessario monitorare l’impatto su settori specifici (es. agricoltura, turismo, servizi alla persona) e sulle PMI, che potrebbero necessitare di misure di accompagnamento.
  • Competitività delle imprese: se da un lato un aumento del costo del lavoro può rappresentare una sfida per alcune imprese, dall’altro può incentivare investimenti in innovazione, formazione e organizzazione del lavoro, aumentando la produttività nel medio-lungo periodo. Un salario minimo legale, inoltre, riduce la concorrenza sleale da parte di imprese che basano il proprio vantaggio competitivo su salari da fame, promuovendo una competizione più sana basata sulla qualità e sull’efficienza. L’effetto “spillover” (di esternalità/diffusione) potrebbe inoltre portare ad un generale miglioramento delle condizioni retributive e ad una maggiore formalizzazione del lavoro, riducendo l’area del sommerso.

La proposta di Noi EUROPEISTI di integrare il salario minimo con una riforma degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive del lavoro, in linea con il Pilastro Europeo dei Diritti Sociali, mira a creare un sistema di protezione sociale più completo e dinamico, capace di sostenere i lavoratori nelle transizioni e di promuovere l’occupabilità.

La tabella seguente illustra una simulazione dell’impatto di diverse soglie di salario minimo orario lordo (paga base) in Italia, basata su stime e metodologie discusse da istituzioni come l’INPS.

Soglia Salario Minimo Orario Lordo (€) Lavoratori Dipendenti Potenzialmente Interessati (Stima) Aumento Monte Salari Annuo Complessivo (Stima Mld €) Impatto Stimato su Povertà Lavorativa e Disuguaglianze (Indice Gini) Possibile Impatto Netto su Conti Pubblici (Stima Mld €)
8 1,9 – 2,5 milioni 3,5 – 4,5 Riduzione moderata Positivo, +1.0/1.5
9 (Proposta) 2,8 – 3,6 milioni 4,5 – 6,0 (estrapolazione) Riduzione significativa Positivo, +1.5/2.0 (estrapolazione)
10 3,8 – 4,8 milioni (estrapolazione) 6,5 – 8,5 (estrapolazione) Riduzione molto significativa, ma maggiori rischi occupazionali Da valutare attentamente (potenzialmente neutro o lievemente positivo)

 

Nota: Le stime sono indicative e basate su diverse definizioni di salario minimo (con/senza componenti accessorie) e su dati non sempre recentissimi. L’impatto effettivo dipenderà dalla definizione precisa adottata e dal contesto economico al momento dell’implementazione. Le cifre per i 9 e 10 euro sono in parte estrapolazioni basate sulla logica delle stime INPS per gli 8 euro.

EUROPEISTI: questa simulazione, pur con i limiti intrinseci, suggerisce che una soglia di 9 euro lordi orari come paga base avrebbe un impatto significativo su un numero considerevole di lavoratori, con benefici tangibili in termini di riduzione della povertà e delle disuguaglianze, ed un potenziale effetto positivo sui conti pubblici grazie al maggior gettito contributivo e fiscale.

 

  1. Costruire il Consenso: il dibattito politico e sociale

L’introduzione di un salario minimo legale in Italia è un tema che suscita un acceso dibattito, coinvolgendo partiti politici, organizzazioni sindacali e associazioni datoriali, ciascuno con posizioni e argomentazioni specifiche. La proposta di Noi EUROPEISTI mira a costruire il più ampio consenso possibile, mediando tra le diverse istanze e delineando strategie per un’implementazione efficace e condivisa.

Analisi delle posizioni dei principali attori politici e delle parti sociali

  • Partiti Politici:
    • Opposizione: i partiti dell’attuale opposizione (Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle, AVS, Azione, Italia Viva e +Europa) si sono generalmente espressi a favore dell’introduzione di un salario minimo legale, con proposte che spesso convergono su una soglia di circa 9 euro lordi orari. Le argomentazioni principali riguardano la lotta al lavoro povero, la riduzione delle disuguaglianze, l’adeguamento agli standard europei e la tutela dei lavoratori non coperti o mal coperti dalla contrattazione collettiva.
    • Maggioranza/Governo: i partiti dell’attuale maggioranza di governo e l’esecutivo stesso hanno mostrato posizioni più caute, se non apertamente contrarie, all’introduzione di un salario minimo fissato per legge. Fratelli d’Italia e la Presidente Meloni hanno espresso scetticismo, sottolineando i rischi per l’occupazione e preferendo concentrarsi su altre soluzioni per garantire retribuzioni dignitose, come il taglio del cuneo fiscale e la valorizzazione della contrattazione collettiva di qualità. La Lega ha avuto posizioni oscillanti nel tempo, ma recentemente si è allineata sulla cautela. Forza Italia ha proposto alternative come la detassazione delle tredicesime e degli straordinari, pur aprendo a una discussione sulla valorizzazione dei contratti collettivi. In generale, la maggioranza teme che un salario minimo legale possa indebolire la contrattazione collettiva ed imporre oneri eccessivi alle imprese, specialmente le PMI. Vi è stata comunque un’apertura al confronto sul tema del lavoro povero, con un coinvolgimento del CNEL per approfondimenti.
  • Parti Sociali:
    • Sindacati: le posizioni dei principali sindacati confederali non sono univoche. La CGIL, guidata da Maurizio Landini, e la UIL, con PierPaolo Bombardieri, si sono mostrate più favorevoli all’introduzione di un salario minimo legale, purché integrato da una legge sulla rappresentanza sindacale che contrasti il dumping contrattuale e rafforzi l’efficacia erga omnes dei contratti collettivi “buoni”. La CISL, prima con Luigi Sbarra e successivamente con Daniela Fumarola, ha espresso maggiore scetticismo verso una soglia minima fissata per legge, temendo un appiattimento verso il basso delle retribuzioni, una fuga dall’applicazione dei contratti ed un’espansione del lavoro sommerso. La CISL privilegia il rafforzamento e l’estensione della contrattazione collettiva di qualità come strumento principale per garantire salari adeguati, in linea con l’approccio della Direttiva Europea.
    • Associazioni Datoriali: le principali associazioni datoriali, come Confindustria, Confcommercio e Confartigianato, sono generalmente contrarie all’introduzione di un salario minimo legale. Le principali preoccupazioni riguardano l’aumento del costo del lavoro, l’impatto negativo sulla competitività delle imprese (specialmente PMI), il rischio di effetti distorsivi sull’occupazione e la potenziale erosione del ruolo della contrattazione collettiva, che considerano lo strumento più idoneo per definire le retribuzioni in base alle specificità settoriali e territoriali. Propongono, piuttosto, interventi sul cuneo fiscale e misure per sostenere la produttività.

Il panorama delle posizioni è dunque complesso e variegato. La proposta di Noi EUROPEISTI, pur partendo dalla necessità di un intervento per garantire salari dignitosi in linea con gli standard UE, deve quindi sforzarsi di trovare punti di mediazione. Al riguardo, riteniamo che la chiave per un dialogo più costruttivo passi attraverso il rilievo centrale di come un salario minimo legale possa fungere da “pavimento” che non sostituisce -ma anzi può rafforzare- la contrattazione collettiva di qualità liberandola dalla necessità di difendere minimi talvolta irrisori e permettendole di concentrarsi su miglioramenti legati alla produttività ed al welfare aziendale. D’altronde, la Direttiva UE stessa enfatizza la promozione della contrattazione collettiva.

Strategie per un’implementazione efficace, graduale e condivisa

Per superare le resistenze e garantire un’implementazione di successo, Noi EUROPEISTI riteniamo decisivo adottare un approccio strategico che preveda:

  1. Gradualità nell’introduzione: la soglia del salario minimo potrebbe essere introdotta gradualmente, con un periodo di transizione per permettere alle imprese, specialmente le PMI e quelle operanti in settori a bassa marginalità o in aree economicamente svantaggiate, di adattarsi.
  2. Misure di accompagnamento: è fondamentale prevedere misure di sostegno per le imprese più vulnerabili. Queste potrebbero includere:
    • incentivi fiscali o contributivi temporanei per le imprese che devono adeguare i salari al nuovo minimo, specialmente se si impegnano in percorsi di miglioramento della produttività e della qualità del lavoro. La Direttiva UE stessa raccomanda di evitare oneri eccessivi per le PMI;
    • supporto alla formazione ed all’innovazione tecnologica e organizzativa per aiutare le imprese ad aumentare la produttività e a sostenere salari più elevati;
    • un “Fondo per il salario minimo”, come proposto dal M5S, potrebbe essere una risorsa per finanziare tali misure di accompagnamento;
    • una revisione del cuneo fiscale sui redditi bassi potrebbe rendere l’aumento del costo del lavoro più sostenibile per le imprese e, al contempo, aumentare il beneficio netto per i lavoratori. Giustamente, questa è una richiesta trasversale da parte di molte parti sociali e potrebbe rappresentare un importante terreno di convergenza.
  3. Monitoraggio costante e clausole di revisione: il meccanismo di aggiornamento periodico affidato alla istituenda “Commissione Nazionale per il Salario Minimo” dovrebbe includere un monitoraggio rigoroso degli impatti economici e sociali, nonché prevedere clausole di revisione della soglia e dei meccanismi di adeguamento, basate su evidenze empiriche, che valgano a contribuire a rassicurare gli attori economici e sociali.
  4. Dialogo sociale continuo: il coinvolgimento delle parti sociali non deve limitarsi alla fase di definizione iniziale, ma deve proseguire anche durante l’implementazione e il monitoraggio. Il CNEL, come suggerito dal Governo, potrebbe fungere da sede istituzionale per questo dialogo, pur mantenendo la decisione finale sulla soglia minima legale una prerogativa politica, in linea con la Direttiva UE per i paesi che adottano un minimo legale.
  5. Comunicazione trasparente ed efficace: è essenziale comunicare chiaramente gli obiettivi, i meccanismi ed i benefici attesi del salario minimo, contrastando le narrazioni fuorvianti e sottolineando come la misura si inserisca in un quadro di modernizzazione del mercato del lavoro e di allineamento agli standard europei di equità e dignità.

Noi EUROPEISTI valutiamo che tale approccio “package deal” (a pacchetto), che inserisce il salario minimo in un contesto di riforme più ampie (cuneo fiscale, politiche per la produttività, rafforzamento della contrattazione di qualità), ha maggiori probabilità di raccogliere consenso e di produrre effetti positivi duraturi per l’economia italiana.

 

  1. Conclusioni e Raccomandazioni: verso un’Italia più equa, competitiva e solidale in Europa

EUROPEISTI: l’introduzione di un salario minimo legale adeguato in Italia non è semplicemente una misura di politica del lavoro, ma una scelta strategica che si colloca al cuore di una visione europeista per un Paese più equo, competitivo e solidale.

Le analisi condotte in questo documento (prodotto dall’Ufficio Studi), basate sulle direttive europee, sulle esperienze di altri Stati membri e sulla specifica situazione socio-economica italiana, convergono sulla necessità e sulla fattibilità di un tale intervento, se attentamente calibrato e accompagnato da riforme complementari.

Riaffermare i benefici di un salario minimo adeguato

Un salario minimo legale, fissato a un livello adeguato come i 9 euro lordi orari proposti, con una prospettiva di graduale incremento verso i 10 euro, in linea con i parametri di riferimento europei (60% del salario mediano e/o 50% del salario medio), apporterebbe questi significativi benefici:

  • Contrasto alla povertà lavorativa e riduzione delle disuguaglianze: milioni di lavoratori, specialmente donne, giovani e coloro impiegati in settori a bassa retribuzione o con contratti atipici, vedrebbero un miglioramento tangibile del proprio tenore di vita. Ciò contribuirebbe a ridurre l’inaccettabile fenomeno dei “working poor” (lavoratori poveri) ed a diminuire le disparità salariali.
  • Stimolo alla domanda interna: l’aumento del potere d’acquisto delle fasce di popolazione a più alta propensione al consumo può sostenere la domanda aggregata, con effetti positivi sulla crescita economica.
  • Promozione del lavoro dignitoso e della coesione sociale: un salario minimo garantisce una soglia di dignità e previene lo sfruttamento, allineando l’Italia ai principi del Pilastro Europeo dei Diritti Sociali e rafforzando la coesione sociale.
  • Incentivo alla produttività e alla concorrenza leale: spingendo le imprese a competere sulla qualità e sull’innovazione anziché sulla compressione dei salari, un minimo legale può favorire un aumento della produttività nel medio-lungo periodo e contrastare il dumping sociale e contrattuale.
  • Modernizzazione delle relazioni industriali: un pavimento legale può “liberare” la contrattazione collettiva di qualità, permettendole di concentrarsi su miglioramenti salariali legati alla produttività, sul welfare aziendale e sul miglioramento delle condizioni di lavoro, anziché sulla difesa di minimi talvolta inadeguati.

Proposta di un percorso legislativo e riforme integrate

Come detto, Noi EUROPEISTI riteniamo che, per massimizzarne i benefici e minimizzarne i rischi, l’introduzione del salario minimo deve essere parte di un pacchetto di riforme integrato ed attuato attraverso un percorso legislativo chiaro e partecipato che includa:

  1. Una Legge sul Salario Minimo comprendente:
    • l’istituzione di un salario minimo orario lordo nazionale, con una soglia iniziale di 9 euro, da intendersi come paga base oraria inderogabile.
    • la creazione di una Commissione Nazionale per il Salario Minimo, tripartita (esperti, rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro), con il compito di monitorare gli impatti e proporre aggiornamenti biennali della soglia in base a criteri oggettivi (inflazione, produttività, crescita economica, salari medi/mediani).
    • la definizione di sanzioni efficaci per la mancata applicazione del salario minimo.
  2. Una Legge sulla Rappresentanza e sulla Contrattazione Collettiva comprendente:
    • l’introduzione di criteri legali per misurare la rappresentatività delle organizzazioni sindacali e datoriali.
    • la previsione di meccanismi per conferire efficacia erga omnes ai trattamenti economici e normativi complessivi dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL) stipulati dalle organizzazioni identificate come maggiormente rappresentative. Il salario minimo legale deve fungere da pavimento assoluto, mentre i CCNL leader definiscono standard migliorativi per i rispettivi settori.
  3. Misure di Accompagnamento e Riforme Strutturali come:
    • la Riduzione del cuneo fiscale: intervento prioritario per ridurre il carico fiscale e contributivo sui redditi medio-bassi, aumentando il salario netto dei lavoratori e rendendo più sostenibile l’aumento del costo del lavoro per le imprese;
    • il Potenziamento delle politiche attive del lavoro e della formazione continua: per migliorare l’occupabilità, favorire le transizioni nel mercato del lavoro e sostenere l’aumento della produttività;
    • l’Intensificazione della lotta al lavoro sommerso e irregolare: rafforzamento degli strumenti di controllo e delle sanzioni per contrastare l’evasione contributiva e fiscale e le forme di sfruttamento;
    • Incentivi alla produttività per le PMI: misure specifiche (fiscali, creditizie, formative) per aiutare le piccole e medie imprese ad assorbire l’impatto del salario minimo attraverso investimenti in innovazione e capitale umano;
    • il Monitoraggio dei divari territoriali: mediante una attenta valutazione degli effetti del salario minimo nelle diverse aree del Paese, con eventuale attivazione di misure di sostegno specifiche per le aree economicamente più fragili, senza però compromettere l’universalità del diritto a un salario dignitoso.

EUROPEISTI: questo approccio integrato, che combina l’introduzione di un salario minimo legale con il rafforzamento della contrattazione collettiva di qualità e con riforme strutturali mirate, è la via maestra per costruire un’Italia più equa, in cui il lavoro sia fonte di dignità e benessere, e più competitiva, capace di affrontare le sfide del futuro all’interno di un’Unione Europea sempre più solidale e prospera. La comunicazione efficace di questa visione, che evidenzi i benefici complessivi per la società e l’economia e l’allineamento con i partners europei, è cruciale per costruire il consenso necessario a questa importante riforma. E questa è la battaglia politica che ispira Noi EUROPEISTI.

 

————————————————————

(*)       26052025

A cura dell’Ufficio Studi del partito EUROPEISTI